In questo Mondo di Debiti
ci si spende in anticipo la presunta crescita futura
ma se la suddetta Crescita non si realizza...
ci si spende in anticipo la presunta crescita futura
ma se la suddetta Crescita non si realizza...
In questo mondo di debiti, creato e governato da istituzioni finanziarie private, di cui la politica è complice e svolge un ruolo di specchietto per le allodole, siamo stati indotti e forzati al contempo a spendere in anticipo, quindi a debito, la presunta crescita futura, contando sul fatto che con la ricchezza derivante dall' ipotizzata crescita, saremmo stati in grado di ripagare i debiti accumulati.
Finché è stato possibile crescere abbastanza per ripagare i debiti il gioco è potuto proseguire, ma al prezzo di accumulare debiti sempre più grandi, che quindi costringevano a rincorrere una crescita sempre più grande. Adesso che appare impossibile continuare a crescere in misura sufficiente a ripagare gli enormi debiti, siamo giunti alla resa dei conti.
Fino a quando il gioco poteva proseguire, era strumentale al sistema di potere distribuire parte della ricchezza e accollarsi parte dei debiti. Ora che il gioco non può più proseguire, la musica cambia , come stiamo già vedendo e come vedremo sempre di più da qui a breve.
Prima o poi il castello di debiti crollerà, o saranno i suoi stessi artefici a farlo crollare. Ma prima che ciò avvenga avranno provveduto a accaparrarsi interamente la ricchezza rimasta e a scaricare interamente sui popoli i debiti accumulati. La crisi finanziaria del 2008, nota come crisi dei mutui subprime, dovuta all’esplosione della bolla immobiliare americana e la crisi dei debiti pubblici europei che tiene banco adesso, sono solo due punte dello stesso iceberg. Altre crisi esploderanno, sempre più gravi. Sotto la superficie dell’acqua c’è una montagna di debito di proporzioni enormi, debito semplicemente impossibile da pagare, in quanto sarà semplicemente impossibile creare la mole di ricchezza necessaria per pagarlo. Quindi le possibilità, molto grossolanamente sono due, fermare questo meccanismo folle che crea debito impagabile, subendone però le conseguenze tragiche in termini di tracollo, e non semplicemente economico, oppure portare aventi questa follia fino a quando non arriverà da sola al tracollo, con conseguenze rimandate ma ancora più tragiche, in virtù di un tracollo ancora più grande, visto che più il tempo passa, più la quantità di debito impagabile aumenta. L’unica cosa certa sono i settori sociali che più pagheranno questo tracollo.
Ma torniamo al debito. Il debito è virtuale, è una supposizione, una promessa, la ricchezza per ripagarlo invece deve essere molto concreta. Il debito si crea dal nulla, la ricchezza invece si crea con risorse energia e lavoro. Se è possibile aumentare la disponibilità di risorse e di energia allora si può aumentare il lavoro e di conseguenza la ricchezza e quindi ripagare il debito, ma appare chiaro che siamo giunti al limite per quanto riguarda la possibilità di aumentare la produzione di risorse e di energia, dunque non sarà più possibile aumentare la quantità di ricchezza prodotta, per cui l’enorme debito accumulato rimarrà non pagato. Quale delle due soluzioni di massima si affermerà, non mi è dato sapere. Da molti segnali si evince una guerra in corso ai piani alti, per decidere la strategia. In ogni caso è sicuro che il castello di carta che hanno messo in piedi non reggerà per molto, quindi che decidano di smontarlo pezzo pezzo o di continuare a ingrandirlo fino al momento del crollo o che gli crolli comunque mentre cercano di smontarlo, nel frattempo inizieranno le operazioni di saccheggio della ricchezza da parte dell’elite finanziaria che ci governa.
E il frattempo è già iniziato.
Ma in questa fase di saccheggio del castello di carta, hanno bisogno che esso resti in piedi per poter proseguire nel loro disegno predatorio, cioè in tutte le operazioni di accumulazione della ricchezza reale e di scarico dei debiti. Mantenere in piedi questo sistema vorace di risorse e di energia richiede e richiederà sempre di più la distruzione dell’ambiente in cui viviamo e il consumo indiscriminato di ogni tipo di risorsa. I rischi che verranno assunti per garantirsi risorse e energia necessarie a tenere in piedi la baracca saranno sempre maggiori, le riserve di risorse, di tutte le risorse, saranno consumate e finite a ritmi sempre maggiori, i metodi per spremere ancora risorse dalla terra diverranno sempre più rischiosi, inquinanti e costosi, le catastrofi ambientali si susseguiranno in numero e frequenza sempre crescenti, sia sotto forma di grandi eventi impossibili da nascondere, che sotto forma di lenta distruzione quotidiana poco appariscente, ma forse ancor più disastrosa.
Quando i popoli, tutti i popoli, compresi noi occidentali, finora privilegiati, avranno pagato il conto dell’avidità e della follia delle classi dirigenti, sotto forma di fame, miseria, guerre, distruzione ambientale, esaurimento delle risorse e quant’altro, quando la bolla del debito si sarà sgonfiata, allora la ricchezza rimasta sarà stata accumulata nelle mani di pochi e il mondo, anche la nostra parte di mondo, l’Occidente che per una sessantina d’anni era stato abituato a un livello decoroso di vita, di diritti e di garanzie, sarà riportato a un tenore di vita molto più basso, almeno per la stragrande maggioranza della popolazione. A quel punto le classi dirigenti potranno ricominciare la loro folle rincorsa alla crescita dell’economia ricreando lo stesso meccanismo di debito, fin quando, ma stavolta molto prima, per la minore disponibilità di risorse e di energia, sarà nuovamente impossibile continuare a crescere, dunque sarà nuovamente impossibile ripagare il debito e si ripeterà di nuovo una crisi simile a quella attuale e si ripeterà il processo di accumulazione della ricchezza e scarico dei debiti riportando il pianeta a un tenore di vita ancora più basso e così via, sempre che nessuno li fermi prima. E’ il canto del cigno della civiltà industriale capitalistica che considera il pianeta come riserva di risorse e di forza lavoro al proprio servizio, una enorme azienda dove l’unica cosa che conta è il profitto a qualunque costo e la soluzione a ogni problema è la crescita, che purtroppo come ogni cosa che esiste, non può essere infinita.
Naturalmente non posso leggere nei pensieri di chi decide, ma posso riflettere su come agiscono nel contesto in cui lo fanno, non so se realmente vogliono realizzare un tale piano, se non si rendono conto di ciò che stanno facendo, se magari se ne rendono conto solo in parte, se vedono gli effetti solo nell’ottica dei loro interessi e solo nel breve periodo o chissà cos’altro ancora.
Dico solo che stanno agendo in questo modo, almeno per come la vedo io, e che il compito di chi voglia cambiare le cose è innanzitutto quello di immaginare e di iniziare a sperimentare modelli di sviluppo diversi.
Tale obiettivo non si raggiunge candidandosi alle elezioni, costruendosi partitini o organizzando dibattiti con esponenti politici, più o meno “vicini” ideologicamente ma costruendo dal basso esperimenti di organizzazione sociale differente, che abbia altre priorità, altri obiettivi e altre linee guida, che innanzitutto non siano quelle della crescita infinita, dello spreco dissennato delle risorse, del debito come frusta per far camminare il somaro oltre il limite delle sue forze, dell’accumulazione di profitto e di potere.
Tale obiettivo non si raggiunge candidandosi alle elezioni, costruendosi partitini o organizzando dibattiti con esponenti politici, più o meno “vicini” ideologicamente ma costruendo dal basso esperimenti di organizzazione sociale differente, che abbia altre priorità, altri obiettivi e altre linee guida, che innanzitutto non siano quelle della crescita infinita, dello spreco dissennato delle risorse, del debito come frusta per far camminare il somaro oltre il limite delle sue forze, dell’accumulazione di profitto e di potere.
A differenza dei due secoli precedenti, non ha più senso rivendicare semplicemente una più equa distribuzione della ricchezza, ma bisogna proporre e cercare di realizzare, anche una più oculata gestione delle risorse che tenga conto del fatto che esse non sono infinite, pensando quindi anche a chi verrà dopo, cercando di lasciare ai posteri un pianeta in cui sia possibile vivere, una sorta di “democrazia generazionale” dunque. Il pianeta è anche di chi verrà dopo, non solo nostro.
Poi c’è un altro aspetto, altrettanto importante. L’elite dominante ci ha reso “complici” dei suoi disegni, finchè gli tornavamo utili. Anche i settori medio-bassi della società occidentale, vivono sprecando risorse sottratte con la violenza a altri popoli, la maggior parte delle persone in occidente vive sulla morte e sul saccheggio di altre persone nel mondo. Ci hanno resi complici, imponendoci e facendoci amare un modello di sviluppo basato sullo spreco, facendoci partecipare coi nostri soldi nelle loro operazioni finanziarie, quanto gente ha magari dei soldi su un fondo pensione o su un fondo di investimento, che diventa più redditizio se sale per esempio il prezzo del grano, condannando alla carestia qualche milione di persone come sta avvenendo adesso in Somalia?
Bisogna costruire esperimenti di comunità che possano essere mostrati a esempio di un diverso modo di organizzazione sociale, il più possibile estranea a quella dominante, senza essere eremiti o disadattati, ma semplicemente il meno possibile complici.
Questo io credo dovesse essere la “politica dal basso” questo io credo dovessero essere i Centri Sociali o le occupazioni a scopo abitativo o qualunque altro tipo di "liberazione" di spazi. Se un altro mondo è possibile e almeno nelle linee guida sappiamo come, possiamo creare dei modelli di tale altro mondo possibile e mostrarne applicazioni e risultati, altrimenti è solo uno slogan e chi è morto scandendolo è morto invano.
Il trionfo della finanza, breve storia del denaro
La finanza dovrebbe essere funzionale all’economia, dovrebbe esserne uno strumento, è arrivata invece ad esserne la padrona assoluta fino a divenire padrona assoluta del mondo. Certo ci ha messo del tempo ma alla fine c’è riuscita.
Già in epoca rinascimentale, i grandi banchieri, lucravano sugli interessi richiesti alle monarchie europee che abbisognavano di oro, la moneta dell’epoca, per finanziare le guerre che si facevano tra di loro. Alla fine della guerra i sovrani sconfitti o vincitori che fossero, spremevano il popolo di tasse per poter ripagare i debiti contratti coi banchieri. In caso di mancato pagamento del debito avrebbero infatti subito un danno di credibilità, che si sarebbe tradotto in difficoltà future per eventuali nuovi prestiti. I banchieri lucravano su tale meccanismo e ne erano contenti assai. Anche se a onor del vero non erano rari i casi in cui i sovrani, essendo appunto sovrani, non pagavano i debiti anzi spesso espellevano, imprigionavano o addirittura uccidevano i banchieri creditori, se questi non accettavano la logica del Marchese del Grillo “Voi sapè a procedura? Io li sordi nun li caccio e te nun li becchi”. Procedura che andrebbe rispolverata dai moderni stati che si definiscono sovrani, ma che di fronte alle esigenze dei banchieri se ne dimenticano. Ma torniamo all’oro.
Il fatto di utilizzare l’oro e in misura minore l’argento come mezzo di pagamento poneva però dei limiti all’economia capitalista, e un concetto fondamentale per capire l’economia capitalista è proprio il concetto di limite. Il capitalismo ha orrore dei limiti, ha invece sempre bisogno di crescere e quando si parla di capitalismo questa considerazione va sempre tenuta presente. Dicevamo del limite rappresentato dalla quantità di metalli preziosi disponibili. Il metodo per superare tale limite è in realtà molto più antico dell’età rinascimentale, ma ci mise diversi secoli per affermarsi. Parliamo della banconota.
Già in età medievale e in diverse parti del mondo, Asia, Europa, Nord Africa e presumibilmente anche altrove, fu messo a punto un sistema di conservazione e circolazione del denaro che non fosse il possedere e trasportare metalli preziosi, coi rischi connessi a tali operazioni. Chi aveva metalli preziosi li depositava presso operatori specializzati nella loro conservazione e protezione, di solito questi operatori erano orafi. In cambio del metallo depositato gli orafi rilasciavano un documento, chiamato “nota di banco” che dava al possessore il diritto di ritirare il metallo conservato presso lo stesso orafo o meglio ancora presso un altro orafo collegato al primo, magari una filiale dello stesso orafo in un’altra città.
Tutto ciò consentiva per esempio ai mercanti di viaggiare senza il peso e il rischio di trasportare con se oro e argento. Il mercante depositava quindi il metallo prezioso presso un orafo della città di partenza e giunto nella città di destinazione trasferiva la nota di banco presso l’orafo-filiale e incassava l’equivalente in metallo prezioso. La nota di banco era quindi una “moneta cartacea rappresentativa” ovvero non aveva nessun valore intrinseco, era un pezzo di carta con dei sigilli sopra, ma “rappresentava” una ben precisa quantità di metallo prezioso custodita altrove.
Tale sistema al giorno d’oggi si definisce “gold standard”.
Chi depositava metallo prezioso riceveva un servizio, la custodia e la possibilità di usufruirne come dove e quando voleva senza doverselo portare dietro. Inizialmente tale conversione di oro in note di banco era funzionale a singole operazioni, magari un affare in un'altra città, terminato il quale la nota di banco veniva riconvertita in metallo prezioso. Ma la fiducia in tale sistema crebbe al punto che col tempo, chi possedeva metalli preziosi li lasciava in custodia permanente presso gli orafi, preferendo usare le note di banco per gli scambi commerciali. Le operazioni di conversione delle note di banco in oro diminuirono moltissimo, rispetto a quelle di conversione di oro in note di banco. A questo punto, gli orafi-banchieri fiutarono l’affare e si trasformarono in banchieri e basta. Notarono che una grossa parte dei depositi rimanevano permanentemente presso i loro forzieri e quindi cominciarono a utilizzare i metalli preziosi, dei depositanti, per operazioni proprie o a emettere note di banco per un valore nominale superiore ai depositi che avevano in cassaforte, “moneta cartacea fiduciaria” ovvero non coperta interamente da controvalore reale, ma garantita dalla banca. In poche parole iniziarono a far girare nell’economia più “oro” di quanto ve ne fosse veramente. Oro virtuale ovviamente, ma il sistema poteva reggere benissimo, bastava avere in cassa effettivamente una certa percentuale del metallo depositato, ma non più tutto. Questa operazione di ingegneria finanziaria ebbe un forte impatto espansivo sull’economia, anche se ovviamente limitato ai pochi possessori di metalli preziosi.
La coesistenza di oro e note di banco continuò per secoli, fu Napoleone a imporre a tutta Europa le banconote, Napoleone che aveva conquistato l’intero continente a debito, facendosi finanziare dalla famiglia di banchieri Rotschild, tutt’ora floridamente operanti, che ovviamente finanziavano anche i suoi rivali. Ma per molto tempo ancora la convertibilità delle banconote in oro rimase effettiva ovvero chi voleva poteva andare in banca e farsi dare oro in cambio di banconote.
Nel corso del ‘900, tra alterne vicende si assiste alla definitiva affermazione della moneta cartacea nella sua forma più “avanzata” la “moneta cartacea convenzionale” con nessuna copertura di metalli preziosi sottostante e garantita unicamente dal fatto di essere adottata come moneta a corso legale da uno o più stati. Semplice carta colorata dunque, gli anglo sassoni la chiamano “Fiat money” non c’entra niente marcionne, “fiat” è latino, vuol dire “così sia” quindi il suo valore nominale è accettato per convenzione, così sia.
La vicenda più “alterna” per la cartamoneta furono i negoziati di Bretton Woods del 1944, quando fu reintrodotto il “gold standard” in una variante un po più complessa. Si stabilì un rapporto tra dollaro e oro, 35 dollari per una “oncia Troy” d’oro, circa 31 grammi e si stabilì che i dollari potevano essere convertiti in oro in qualunque momento. In pratica il dollaro tornò a essere una moneta cartacea rappresentativa e con lui tutte le altre monete aderenti a Bretton Woods, visto che furono stabiliti dei cambi fissi rispetto al dollaro con fluttuazione massima ammessa dell’1%in più o in meno. Inoltre il dollaro venne consacrato come moneta di scambio internazionale, ovvero uno stato o un’azienda, per comprare risorse sul mercato internazionale, una a caso, diciamo petrolio, doveva prima acquistare dollari, al tasso fisso stabilito e poi acquistare la risorsa.
Una moneta cartacea rappresentativa, come disegnata a Bretton Woods, presuppone un “limite” alla quantità di denaro da emettere, in quanto deve corrispondere alla quantità di oro custodito nei forzieri, ma non furono messi a punto meccanismi per controllare effettivamente la quantità di dollari che gli Stati Uniti mettevano in circolazione. Germania e Francia protestarono, adducendo il sospetto, ma solo il sospetto per carità, che gli USA avessero messo in circolazione una quantità molto superiore di dollari a quella effettivamente dichiarata, esportando così la loro inflazione e il loro debito pubblico ai danni del resto del mondo. Pensate che c’è chi ancora adesso sospetta che gli USA adottino la stessa tattica, malelingue.
Comunque, con la guerra del Vietnam e le enormi spese affrontate dal governo nord americano per combatterla, apparve chiaro a tutti che gli USA ci marciavano e così tutti gli altri stati aderenti a Bretton Woods iniziarono a chiedere agli USA la riconversione delle loro riserve di dollari in oro. Di fronte alle enormi quantità di oro che sarebbero dovute uscire dai forzieri nordamericani, il presidente Nixon nel 1971, sospese la convertibilità del dollaro in oro, convertibilità che poco dopo fu abolita del tutto.
Da allora l’emissione di moneta, in qualsiasi forma, non ha più limiti di nessun tipo.
Degli accordi di Bretton Woods, a parte il gold standard rimase in vigore tutto il resto, l’impostazione liberista dell’economia mondiale, quindi la tendenza all’abbattimento delle barriere commerciali e alla circolazione dei capitali privati e rimasero in piedi le “istituzioni” chiamate a promuovere tale orientamento, la Banca Mondiale e soprattutto l’organizzazione mondiale del commercio, nota come WTO e il Fondo Monetario Internazionale. Anche il ruolo del dollaro come moneta unica per il commercio internazionale rimase in vigore. In pratica tutt’ora chi voglia comprare risorse deve prima comprarsi dollari, il che da al dollaro e agli Stati Uniti qualche piccolo vantaggio diciamo, tipo quello di poter mettere in circolazione quantità insensate di denaro, finanziandosi così il loro debito pubblico coi soldi del resto del mondo, che tanto ci sarà sempre qualcuno che abbisognerà di comprare dollari. Per questo la pagliacciata sull’innalzamento del tetto del debito pubblico negli Stati Uniti è solo una manfrina politica, i “Mercati” queste nuove divinità, che la massoneria anglo sassone ha sostituito a dio, sono sempre affamati di dollari e continueranno a comprarne dal governo americano, almeno per ora. Il pericolo di fallimento o “default” degli Stati Uniti si porrà quando le aste in cui vendono i loro titoli di stato andranno deserte o gli interessi richiesti dai “mercati” dovessero esplodere, tipo Grecia, Irlanda, Portogallo e compagnia bella.
Altri si spingono a dire anche che se venisse meno il ruolo del dollaro come moneta di riferimento mondiale, gli Stati Uniti finirebbero peggio della Grecia, e non credo che sia un’analisi peregrina.
Dopo questo rapido excursus macrostorico sulla moneta insomma siamo arrivati alla conclusione che per il sistema capitalista una moneta che rappresenti davvero un valore concreto non è cosa buona e giusta, in quanto porrebbe un “limite” alla “crescita”.
La tendenza alla crescita infinita, insita nel capitalismo aveva portato il sistema di Bretton Woods, basato sul gold standard ai suoi limiti. La bestia capitalista tirava il guinzaglio col quale il sistema gold standard la teneva a freno. La decisione di Nixon, credo la più importante decisione dalla fine della seconda guerra mondiale, se non della storia dell’umanità, ha solamente ratificato uno stato di cose, ma nel contempo lo ha anche avallato, in pratica ha dato il via libera al perseguimento della crescita infinita, ha sciolto il guinzaglio. Da quel momento in poi gli eredi degli orafi banchieri non hanno più avuto alcun limite alla loro fantasia riguardo gli strumenti per mettere in circolazione quantità sempre più grandi di denaro, e si sono ritrovati in mano un potere enorme, mai visto prima nella storia. Se avere denaro è avere potere, figuriamoci poter “creare” denaro, ma non solo, essere gli unici a poterlo creare e senza avere limiti.
Ma seppur senza più limiti, il denaro in circolazione deve comunque avere delle garanzie, rappresentare qualcosa che ne giustifichi il fatto di valere mooooooolto di più della semplice carta colorata di cui è fatto, o di semplici pixel su uno schermo elettronico, altrimenti la fiducia nel denaro stesso verrebbe meno e il castello di carta sarebbe già crollato. E qui torniamo al discorso introduttivo sul debito. Il denaro viene emesso a debito e a “garantirlo” c’è una supposizione, la “fiducia” che l’economia riuscirà nel futuro prossimo a “crescere” abbastanza per creare ricchezza reale con la quale dare sostanza al “fiat money”. Ecco spiegata l’ossessione per la “crescita” che attanaglia politici, banchieri centrali, economisti, sindacalisti, opinionisti e tutto il resto del teatrino che ci governa. La crescita è la garanzia che da valore al denaro o meglio è la speranza che crea fiducia nella creazione di valore concreto. La crescita futura ce la siamo già spesa prima di crearla, se non si riuscisse a crearla per davvero sarebbero dolori. Inoltre ragionando un momento, se si ha qualcosa in mano e lo si valuta in denaro è un conto, ma se si crea denaro, senza sapere fino a che punto si potrà creare ricchezza reale per giustificarlo, fare il calcolo diventa una previsione, e si rischia di non azzeccarla.
Ma come si “crea” il denaro? Gli enti preposti all’emissione di denaro sono le Banche Centrali, solo loro possono emettere, dunque creare, denaro. Le Banche centrali sono, sempre a mio avviso, la più grande truffa della storia. Innanzitutto sono società private, i cui azionisti sono le più importanti banche del pianeta, e sono private nonostante svolgano un servizio pubblico di fondamentale importanza. Loro compito è la determinazione e l’attuazione della politica monetaria, decidono il“tasso Ufficiale di Riferimento” sui prestiti, attraverso il quale prestano soldi alle banche commerciali e emettono o ritirano moneta come, quando e quanta ne vogliono, in virtù della loro “indipendenza” dalla politica. Come emettono e ritirano moneta? Acquistando o vendendo titoli di stato. E cosa sono i titoli di stato? Sono il famoso debito pubblico, sono la fonte principale di finanziamento degli stati insieme alla raccolta fiscale, solo che la raccolta fiscale è legata all’economia reale, ovvero è ricchezza reale, dunque ha un limite ben preciso, pur tassando al 100% qualunque cosa la raccolta fiscale non potrebbe superare il valore del PIL, Quindi se gli stati, nonostante la raccolta fiscale, necessitano di ulteriore denaro che fanno?
Gli stati non possono emettere moneta, dunque quando ne hanno bisogno, esattamente sempre, se la fanno prestare. E chi la presta? Ma sempre loro, i “mercati”, ovvero chiunque voglia comprare titoli di stato, che a scadenza danno diritto a ricevere indietro la somma prestata più gli interessi. Chi può comprare titoli di stato? Chiunque abbia i soldi, dal singolo cittadino a imprese, banche, banche centrali o anche altri stati. Quindi non potendo emettere moneta gli stati se la fanno prestare da chi compra titoli di stato, accumulando così un debito, e sottintendendo la promessa di creare quella ricchezza, più gli interessi, prima della scadenza del debito. Stesso meccanismo visto prima. Come crea la ricchezza lo stato? Con la raccolta fiscale, dunque con le tasse pagate da tutto il sistema economico nazionale pubblico e privato dall’operaio all’impresa, dall’impiegato alle banche. A scadenza del debito contratto lo stato restituisce il prestito pagando in denaro. Quindi va da se che avere un sistema economico nazionale che “cresca” da luogo a maggior gettito fiscale dunque a più soldi in cassa, per poter pagare il debito. Se i soldi, come sempre accade, non bastano a ripagare il debito pubblico? Allora si emettono nuovi titoli di stato e si raccoglie altro denaro, sempre a debito, col quale si pagano i debiti precedenti. Ma chi fissa l’interesse da pagare sui titoli di stato, quindi sul debito pubblico? Ma il mercato no? Come ovvio in un’economia di mercato, il quale mercato ha appositi organismi per determinare l’affidabilità delle singole nazioni, più l’affidabilità è alta più basso è l’interesse e viceversa, interesse che viene fissato in aste apposite nelle quali si vendono i titoli. Da che deriva il giudizio di affidabilità? Ma dalla possibilità di ripagare il debito no? Se il giudizio è basso allora salirà l’interesse da pagare, quindi prestare soldi a uno stato diverrà da una parte più lucrativo, ma dall’altra più rischioso, se lo stato riesce a ripagare il debito, il creditore avrà un interesse più alto, ma se lo stato non lo ripaga, il creditore avrà una perdita. Generalmente, stati finanziariamente più solidi hanno interessi bassi sui loro titoli, quindi attirano una tipologia di creditori che si accontenta di guadagnare poco in maniera sicura, generalmente i cittadini dello stato stesso, ma anche altri stati. Quando invece la situazione è più difficile, e servono tanti soldi allo stato, gli interessi si alzano, pur con un rischio ragionevole di rientro del prestito e la quantità di denaro necessaria per acquistare tutti i titoli messi all’asta è troppo grande per poter contare solo sui cittadini della nazione stessa, allora si avvicinano gli squali, che cercano guadagni elevati, quindi fondi di investimento, grandi banche d’affari, FMI, UE e delinquenti di questa risma. Se la situazione diventa veramente difficile, e le aste in cui si vendono i titoli di stato vanno deserte o non si riesce a piazzarli tutti, allora di solito interviene la banca centrale della nazione in questione, che quando acquista titoli di stato lo fa “creando” denaro dal nulla, col quale acquista i titoli e finanzia lo stato immettendo altro denaro nell’economia, creando quindi “inflazione”
Piccolo inciso, l’inflazione non è l’aumento dei prezzi, il quale è uno degli effetti dell’inflazione. L’inflazione è l’aumento di denaro in circolazione, che causa la svalutazione della moneta, dunque per comprare lo stesso bene servono più soldi, ecco il perché dell’aumento dei prezzi.
L’emissione di denaro da parte delle banche centrali non è l’unico modo per “creare” denaro. Il denaro si “crea” in molti altri modi, la “riserva frazionaria” da modo alle banche commerciali, cioè quelle di cui vediamo le filiali per strada, di crearne in misura enorme, molto superiore a quella effettivamente depositata dai correntisti. La riserva frazionaria viene furbescamente presentata come un freno alla speculazione delle banche, torniamo agli orafi-banchieri. Costoro scoprirono che chi depositava oro presso di loro ce lo lasciava permanentemente, si resero conto che avrebbero potuto quindi mettere in circolazione note di banco per un valore superiore a quello dei depositi effettivi di oro nei loro forzieri, quindi fare operazioni con soldi non solo di altri, ma senza valore, solo se tutti i depositanti si fossero recati tutti insieme a ritirare tutto il loro oro sarebbero nati problemi. Lo stesso fanno i banchieri oggi. La riserva frazionaria pone un “limite” assai risibile in realtà, al denaro che le banche possono prestare sulla base dei depositi presso di loro. Ogni volta che qualcuno versa sul suo conto in banca, la banca deve versare a su un conto apposito di “riserva” presso la banca centrale, una “frazione” del denaro versato dal correntista, da cui “riserva frazionaria”. Tale frazione è del 2%, obbligatoria e serve appunto a garantire che le banche abbiano liquidità sulle loro esposizioni, le esposizioni nel linguaggio di questi iniziati sono i prestiti effettuati, i crediti. Poi le banche possono anche versare più del 2% a riserva o comunque tenere ferma una percentuale maggiore del denaro depositato presso di loro, ma sta al loro buon cuore. In pratica, se versi 100 euro in banca, la banca ne deve mettere a riserva 2 e può a sua volta prestare i restanti 98, fatti due conti, se li presta tutti e 98 a qualcun altro, questo qualcun altro li metterà su di un conto presso la stessa o un’altra banca, ma è la stessa cosa. Di questo nuovo conto di 98 euro, il 2% quindi 1,96 euro devono essere messi sul famoso conto di riserva preso la banca centrale, a quel punto ci sono in circolazione nel sistema bancario 196,04 euro, a fronte di un deposito di soli 100 euro, continuando con questa progressione, in teoria, il sistema bancario può arrivare a concedere prestiti per un totale del 5000% dei depositi effettivi, cioè 50 volte tanto. In teoria ovviamente, non sono obbligate a farlo, ma una tale “leva finanziaria” non è così lontana dalla realtà. La leva finanziaria è il rapporto tra patrimonio reale e investimenti su quel patrimonio, se uso un conto di 100 euro per fare prestiti o investimenti per 1000 euro, uso una leva 10, ovvero presto o investo 10 volte il mio patrimonio, con la riserva frazionaria si può arrivare a una leva 50. Le banche irlandesi fallite tipo la Anglo irish Bank o la americana Lehman Brothers chissà che leva avevano, mi sa che l’ho letto da qualche parte ma non me lo ricordo. Ma mica finisce qui, la fantasia degli eredi degli orafi banchieri, lasciata a briglia sciolta dalla decisione di Nixon va oltre.
Anche semplicemente valutare il valore di un servizio o di un bene è creazione di denaro.
Poniamo il caso di una banca che conceda 10 mutui per 200.000 euro a 100 persone per l’acquisto di 100 case che sono state valutate 220.000 euro. La banca avrà concesso mutui per 2 milioni di euro, ma senza che abbia cacciato una lira ovviamente, quei soldi non esistono, dovranno essere i mutuatari a crearli col loro lavoro e il sistema economico dovrà porre in essere le condizioni per crearli, con la famosa “crescita economica”. Comunque la banca metterà nel suo bilancio il valore di quelle case come attivo, in quanto le considera sue fino all’avvenuto pagamento, quindi metterà a bilancio il valore stimato delle case . Poniamo che sopravviene una crisi economica, 5 di quei 10 mutuatari non possono più pagare e vanno per strada o tornano dai genitori. Poco male per il sistema bancario direte voi, la banca si prende le case e poco gli cambia. Non è proprio così. Una crisi di questo tipo comporta anche la riduzione del valore di quelle case, diciamo del 30% a quel punto la banca si ritrova con a bilancio 1 milione e 540 mila euro, quindi già ha perso 660.000 euro, rispetto ai 2 milioni della valutazione iniziale del valore delle case. Ma non solo, sicuramente ha usato quei soldi virtuali per investire o far investire altri, creando "prodotti finanziari" tipo fondi di investimento per esempio, che sono la forma più semplice di “derivati finanziari”, ovvero prodotti finanziari costruiti su altri prodotti sottostanti o “collaterali”, in questo caso sui mutui, quindi sono investimenti che hanno come “garanzia” dei debiti.
Investire dicevamo, magari con una leva 10, quindi esponendosi per 22 milioni di euro, anch’essi soldi assolutamente virtuali, che la banca sperava fossero creati dall’economia reale e che nel frattempo puntellava col valore delle case appena crollato e con le rate dei mutui che non ci sono più. Che fa adesso? Vende le case? Ci rimetterebbe subito 660 mila euro e inoltre le mancherebbe la base su cui poggiare la leva 10 con la quale ha investito, verrebbe a mancare la fiducia del mercato nella crescita che è la garanzia del denaro virtuale che circola nell’economia, tutti correrebbero a ritirare i propri soldi o a disinvestire presso quella banca, il suo castello di carte crollerebbe e la banca fallirebbe.
Finchè c’è crescita economica c’è la fiducia del mercato e il denaro ha una sua garanzia, se non c’è crescita, viene meno la fiducia e il denaro virtuale perde la sua garanzia, tornando a essere quello che è, carta colorata o pixel su uno schermo. Se poi il tracollo va oltre la singola banca ma è strutturale, allora è tutto il sistema basato sul debito ad andare in crisi e a crollare.
Qualcosa di simile è successo in America nel 2007 col botto della banca d’Affari Lehman Brothers e di qualche altro centinaio di banchette minori. Naturalmente su una scala moooooolto più grande di quella dell’esempio, altro che qualche milione di euro, roba da migliaia di miliardi di dollari, tutti virtuali ovviamente, bruciati in pochissimo tempo, o meglio mai esistiti nella realtà e immessi di corsa nel mercato dalla FED la banca centrale americana, in piena crisi,sotto forma di aiuti alle banche, per tappare le falle. Debito pubblico per pagare i debiti privati, oltre ai 700 miliardi di dollari messi dal governo statunitense, rastrellati dalle tasche degli americani.
Dunque ricapitolando il sistema finanziario crea denaro virtuale il cui unico valore è la speranza che l’economia cresca il necessario per creare la ricchezza sufficiente a dargli valore reale. Se la crescita si arresta il sistema va in crisi.
La famosa crisi del ’29 fu simile. Anche allora il sistema finanziario, libero di creare denaro virtuale fece il botto, in quel caso la crescita non avvenne perché non fece in tempo a avvenire, la creazione di denaro virtuale avvenne tropo in fretta, passata la crisi, che fu terribile, c’era però un pianeta pieno di risorse a basso costo da sfruttare e la crescita potè riprendere dopo il tracollo. Stavolta non sembra sia così, “stavolta è diverso”, dicono alcuni nel mondo dell’economia, le risorse a basso costo, necessarie alla crescita non ci sono più e il tracollo è appena iniziato.
Per concludere, escludendo la possibilità della crescita, torniamo al discorso delle due possibili linee per la “soluzione” della crisi, almeno dal punto di vista finanziario. Beninteso che la scelta tra l’una o l’altra non compete i comuni mortali, nemmeno i “cittadini” delle “democrazie” occidentali, che non sono mai stati cittadini ma sudditi fortunati di dittature mascherate, che si potevano permettere di mantenerli in condizione di beata ignoranza, con panem et circensem e col mito del progresso, interrotto solo da crisi passeggere. Dittature che non mancheranno di mostrare il loro vero volto non appena le proteste per la fine del sogno del benessere si faranno più aspre.
Da una parte potranno scegliere di “monetizzare” il debito, ovvero le banche centrali continueranno a immettere denaro nell’economia tramite le operazioni di “Quantitative easing” o “alleggerimento quantitativo” ovvero creazione di denaro dal nulla, per pagare i debiti, continuando a gonfiare la spesa pubblica e il debito pubblico, e aggiungendoci sopra anche i debiti privati delle banche, fino a quando l’inflazione non esploderà e dichiareranno il debito impagabile. In tal caso la giostra potrà proseguire un po’ più a lungo, ma non molto e il botto sarà più grosso perché il sistema continuerà si a pagare il debito ma anche a ingigantirlo. Su questa strada viaggiano USA, Regno Unito e Giappone.
Oppure come sembra intenzionata a fare la BCE, tagliare drasticamente la spesa pubblica, rastrellare denaro tramite nuove tasse e svendite dei beni pubblici, per poter pagare il debito, senza immettere nuovo denaro nel mercato. Il che terrebbe a freno l’inflazione ma sarebbe un massacro sociale e comunque alla fine si dovrà sempre dichiarare il debito impagabile. A quanto sembra però, nessuna delle due politiche sta dando i suoi frutti, tanto che USA, Regno Unito e Giappone oltre a “stampare” denaro, stanno anche tagliando la spesa pubblica, mentre per l’area Euro, oltre al taglio della spesa si parla già di coprire i debiti degli stati “stampando” denaro.
A mio modestissimo avviso, stanno solo prendendo tempo, mentre procedono all’accaparramento di quanta più ricchezza reale possibile, e allo scarico dei debiti interamente sulle spalle dei cittadini. Il saccheggio insomma, fintanto che il castello di carte non crolla o finalmente potranno farlo crollare, senza più danno per loro.
Fin qui un discorso tutto finanziario dunque. Perché è la finanza che governa il mondo, coi governanti burattini che obbediscono ai dictat, e quindi detta il cammino e vi si lancia in avanti, sperando di essere seguita, perché la finanza essendo virtuale è per sua natura portata alla crescita e perché il delirio di onnipotenza è una cosa brutta.
Essendo l’avanguardia di tutto il sistema è semplicemente ovvio che sia la prima a entrare in crisi nei momenti difficili, ma è anche in grado, subito dopo, di trasmettere la crisi a chi segue, a partire dall’economia reale, bruciando in pochi istanti di contrattazioni, quantità irragionevoli di denaro virtuale, ma soprattutto buttando nel fuoco quantità enormi di ricchezza reale, faticosamente accumulata con anni di lavoro.
Pur nel delirio di onnipotenza, la finanza, ha agito in maniera da favorire la crescita reale, sapendo benissimo che senza di essa il suo crescere sarebbe solo un salto nel vuoto. Per favorire la crescita reale è ricorsa a una vera e propria ristrutturazione globale dell’economia, in un processo che ha guarda caso preso piede contemporaneamente a quello di “Finanziarizzazione” dell’economia, parliamo della “Globalizzazione”
Globalizzazione
La globalizzazione è l’ennesimo passaggio espansivo dell’economia capitalista, per sua stessa sopravvivenza costretta alla “crescita infinita” e quindi alla continua ricerca di nuovi ambiti di profitto.
Il fine della globalizzazione è il definitivo ingresso di tutto il mondo nel meccanismo di produzione-consumo. Ciò comporta, in un percorso graduale, la scomparsa del mondo come lo abbiamo conosciuto, ovvero diviso sostanzialmente in due grandi macro zone, la nostra, in piena epoca industriale e il cosiddetto terzo mondo caratterizzato da economia di sussistenza e visto come semplice riserva di risorse a basso costo.
Concepita a partire dagli anni ’60 e sperimentata a macchia di leopardo tra gli anni ’60 e ‘70 , la globalizzazione è stata messa a regime a partire dagli anni ’80 e per tutti gli anni ’90, inizialmente col processo, ormai avanzatissimo della “delocalizzazione”.
In questa fase è avvenuto lo spostamento delle attività produttive industriali dal mondo occidentale al terzo mondo.
In questa fase è avvenuto lo spostamento delle attività produttive industriali dal mondo occidentale al terzo mondo.
La delocalizzazione ha garantito al capitalismo la conquista di nuovo “spazio vitale a est” citazione assolutamente non casuale. Intere aree del pianeta, prima caratterizzate da economia di sussistenza, quindi assolutamente non funzionali al capitalismo, hanno effettuato il loro ingresso nell’epoca industriale, andando a sostituire la classe operaia occidentale nella produzione di beni a basso costo destinati al consumo finale in Occidente.
Parallelamente, in Occidente, lo spazio lasciato vuoto dalla drastica riduzione della classe operaia è stato colmato con la trasformazione dell’economia di questa parte del mondo, da industriale a terziaria, quindi dalla produzione di beni materiali alla produzione di servizi.
La popolazione occidentale è stata trasformata in massima parte in produttrice di servizi e mera consumatrice di beni materiali. Il consumo di beni materiali è stato volutamente spinto al massimo col trionfo del “consumismo”, passaggio culturale necessario ad aumentare la capacità ricettiva del mondo occidentale in termini di consumo, a fronte dell’enormemente accresciuta e profittevole capacità produttiva dei “paesi emergenti” divenuti vera e propria “fabbrica del mondo”.
La delocalizzazione, tuttora in progress, ha ottenuto appieno il suo obiettivo, consentendo una crescita enorme dell’economia mondiale, ma alla fine è arrivata inevitabilmente al punto di saturazione. La capacità produttiva ancora in piena fase di crescita e con enormi possibilità di espansione trovava però un limite nella impossibilità di ulteriore crescita, per molteplici motivi, del livello dei consumi in Occidente. I limiti non sono cosa gradita all’economia capitalista, anzi sono una minaccia alla sua stessa esistenza, serviva dunque una nuova mossa per aggirarli, abbatterli, superarli, per “CRESCERE” insomma.
Così arriviamo a una nuova fase della globalizzazione, che ha caratterizzato gli anni 2000, l’espansione della base dei consumatori al di fuori del mondo occidentale. Vaste aree del terzo mondo, mantenevano il loro ruolo di fabbrica globale, ma vi aggiungevano anche quello ormai inevitabile di consumatrici finali di quei beni, al pari del mondo occidentale.
Ormai, dati alla mano, le grandi aziende multinazionali, fino a due decenni fa ancora legate ai loro luoghi di origine, producono e soprattutto vendono, per la maggior parte nei mercati dei paesi “emergenti” visto che i mercati dei paesi occidentali sono ormai saturi, mentre i nuovi consumatori dei paesi emergenti sono invece affamati di beni e servizi, nella loro rincorsa agli standard di vita occidentale. Oltre all’ovvia considerazione che il mercato occidentale si basa su una popolazione di circa 1 miliardo di persone, mentre solo considerando i principali paesi emergenti, quelli definiti BRICS, Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, arriviamo a una popolazione complessiva di circa 3 miliardi di persone, una bella espansione della base dei consumatori.
Fin qui tutto bene dunque, il capitalismo ha trovato nuovi territori “inesplorati” da conquistare e la crescita potrà continuare. Ma se non vogliamo fare i conti senza l’oste bisogna tener conto di un altro fattore fondamentale per la crescita, le risorse. La produzione di beni e servizi è ovviamente legata alla disponibilità di risorse e di energia per lavorarle.
Produrre e consumare per un miliardo di persone richiede una certa quantità di risorse e di energia, fare lo stesso per due, tre, quattro o più miliardi di persone, richiede ovviamente un quantitativo, doppio, triplo, quadruplo e via dicendo di risorse ed energia.
Ed è su questo assunto che sembra ovvio, ma che è assurdamente tenuto in poca considerazione che nascono i problemi per la necessità irrinunciabile del capitalismo di crescere in maniera continua.
Sembra ormai abbastanza chiaro che la produzione di materie prime e di energia, in molti casi ha raggiunto un tetto massimo, in alcuni sta addirittura declinando, e in molti altri, seppur riuscendo ancora ad aumentare, non sembra riuscire a farlo abbastanza per tenere il passo con la domanda e quindi col consumo, con pesanti conseguenze, dal lato della disponibilità e dei prezzi.
Vista l’enorme crescita della domanda e l’impossibilità dell’offerta a stargli dietro, l’epoca delle risorse facili e a buon mercato sembra volgere alla fine. Se teniamo conto che il capitalismo si è sviluppato soprattutto nell’epoca delle risorse facili e a buon mercato, riusciamo a intuire le implicazioni di questa nuova situazione. La principale è che non sarà più possibile per il capitalismo crescere quanto ne avrebbe bisogno, con la possibilità anzi che inizi una fase di “decrescita”. Quindi la ricchezza prodotta resterà più o meno la stessa o addirittura diminuirà,
La seconda implicazione è la fine del monopolio della ricchezza da parte del mondo occidentale. La quantità di ricchezza prodotta, che ripeto, sembra essere giunta al picco massimo di crescita, dovrà essere divisa tra più persone, cosa che sta già avvenendo, con l’inevitabile travaso di ricchezza dal mondo occidentale ai paesi emergenti, fattore questo peraltro molto “democratico” “egualitario” e “antirazzista” che rischia nel futuro prossimo di creare difficoltà dal punto di vista politico e etico, soprattutto a sinistra. Terzo fattore importantissimo, anche se indipendente dal quadro descritto finora, sta avvenendo anche un altro enorme trasferimento di ricchezza, stavolta molto elitario e antidemocratico, ovvero un trasferimento imponente dalle mani dei molti che hanno già poco a quelle dei pochi che hanno già molto. Mai come in questo periodo storico così poche persone hanno avuto in mano una così alta percentuale di ricchezza, la diseguaglianza ha raggiunto livelli mostruosi e la concentrazione di ricchezza e quindi di potere nelle mani di pochi è una forma più o meno occulta di dittatura.
Il mondo che si prospetta seguendo queste direttrici di trasformazione, sembra essere caratterizzato, esattamente come il precedente, da una fortissima ingiustizia sociale. Ma il confine tra chi vive al di sopra e al di sotto della soglia di povertà, sarà sempre meno geografico e sempre più sociale, man mano che il processo di globalizzazione dell’economia di mercato procederà. Se fino al decennio scorso, era vitale per il capitalismo, mantenere in Occidente, una popolazione con un forte potere d’acquisto, quindi con un buon tenore di vita e soldi da spendere, che svolgesse in esclusiva il ruolo di consumatore finale, adesso questa necessità viene meno. Ormai i consumatori finali con buon tenore di vita e soldi da spendere sono e saranno sempre di più, distribuiti su tutto il pianeta. I “diritti acquisiti” delle popolazioni occidentali, lavoro stabile e sicuro, buoni stipendi, servizi sociali pubblici e quant’altro contribuisse a creare le condizioni per una relativa certezza di livello minimo di benessere garantito tenderanno inesorabilmente a sparire. Al mercato non interessa se merci e servizi vengano prodotti e venduti in Occidente o in Oriente, interessa che vengano prodotti e venduti e basta, ovunque ciò avvenga. E’ un passaggio epocale, che si manifesta già da tempo attraverso la sistematica demolizione dei meccanismi di garanzia sociale in Occidente. Il processo di “precarizzazione” che sta avvenendo è, a mio avviso, da spiegarsi in quest’ottica, semplicemente come una parte del processo di redistribuzione della ricchezza a livello planetario. Se il pianeta, con le sue risorse può mantenere diciamo 2 miliardi di persone a un livello di benessere “Occidentale” per gli altri 5 non ci sarà spazio e nulla assicura più a noi occidentali che faremo comunque parte di quei 2 miliardi di privilegiati. Se poi ci mettiamo che la disponibilità di risorse tenderà inevitabilmente a calare e che verranno distribuite in maniera sempre più ineguale in virtù del continuo trasferimento della ricchezza dalle mani dei molti a quelle dei pochi il quadro diventa chiaro, il numero dei privilegiati tenderà sempre più a calare e la distribuzione geografica dei privilegiati tenderà a livellarsi a livello mondiale. Si prospetta un pianeta dove la diseguaglianza sociale sarà sempre più forte e sempre più omogeneamente distribuita a prescindere dalla collocazione geografica.
Il saccheggio
Dunque, sulla base delle esigenze della finanza, il mondo è in corso di ristrutturazione, con lo scopo di favorire la “crescita infinita” ma visto che la crescita, come ogni altra cosa in un sistema finito, non potrà mai essere infinita, prima che la baracca crolli, sta avvenendo il saccheggio, che consiste nel trasferimento di ricchezza dai molti che hanno già poco ai pochi che hanno già molto.
Il trasferimento dai molti che hanno poco ai pochi che hanno molto, è in definitiva, il trasferimento della ricchezza dal “Pubblico” al “privato”.
Avviene in diversi modi, attraverso le privatizzazioni, ovvero la svendita di beni pubblici ai privati,
o all’opposto, tramite l’acquisizione da parte pubblica di imprese private in via di fallimento, con lo scopo di spostare il fardello del debito dei privati sulle spalle pubbliche, vedi il caso Alitalia da noi, o il caso delle banche private irlandesi fallite e nazionalizzate ad hoc o i 700 miliardi di dollari gentilmente regalati da Obama alle banche americane, peraltro grandi finanziatrici della sua faraonica campagna elettorale, o con l’ancor più subdolo meccanismo del debito, col quale si spingono i cittadini e le istituzioni pubbliche a indebitarsi oltre il sostenibile, per averli così in pugno e togliergli gradualmente tutto, caso della crisi dei mutui americani del 2008 e dei debiti pubblici europei alla ribalta di questi tempi.
Questi meccanismi di redistribuzione della ricchezza su scala planetaria, sono gestiti da quella che ormai sembra essere sempre di più una “governance” mondiale unica, formata da finanza e politica, impegnate in un teatrino che mostra un gioco delle parti in cui le severe e “sagge” istituzioni finanziarie, depositarie di conoscenze superiori e imperscrutabili ai comuni mortali, impartiscono le direttive e le bacchettate alle istituzioni politiche che si affrettano a eseguirle, sulla pelle dei cittadini.
In questo teatrino le istituzioni politiche recitano la parte del servo sciocco, che si sforza in tutti i modi di eseguire gli ordini senza mai riuscirci, ottimo trucco psicologico per creare ancor di più l’immagine dell’incapacità del settore pubblico, a giustificazione del salvifico intervento privato.
Come in ogni conquista che si rispetti i conquistatori inculcano nei conquistati un senso di inferiorità, che ne giustifica il dominio, fu fatto coi neri e gli indiani negli Stati Uniti, coi meridionali in Italia dopo l’unificazione, coi popoli del terzo mondo nei secoli scorsi e adesso avviene col settore pubblico nei confronti di quello privato. Niente di nuovo insomma. I meccanismi dell’agire umano sono sempre gli stessi, la capacità di analisi sta nell’individuare volta per volta i ruoli assegnati.
Ovviamente, è solo un teatrino, in realtà finanza e politica sono una lobby unica, una lobby formata a sua volta da altre lobbies in un complicato gioco di scatole cinesi, e basta seguire la facilità con cui le stesse persone passano da ruoli politici a ruoli in istituzioni finanziarie o viceversa, per intuire che in realtà sono tutti della stessa parrocchia e hanno l’unico scopo di acquisire denaro e potere. L’illusoria divisione che ci viene propinata, tra finanza e politica serve solo a confondere le acque, così mentre i cittadini sono impegnati a protestare contro un governo e a votare nelle successive elezioni per l’altro schieramento, sperando ingenuamente che le cose vadano meglio, la politica svolge il suo ruolo di capro espiatorio e il disegno può andare avanti indisturbato, anche perché la politica è strutturata ancora su scala nazionale, mentre ormai il potere finanziario è sovranazionale, concentrato e defilato in oscure e scarsamente conosciute “istituzioni” private elette da nessuno, sicuramente non dai cittadini, che ne subiscono le decisioni imposte ai governi, ignorandone quasi del tutto i meccanismi.
Tale disegno predatorio è stato sperimentato, a partire dagli anni ’70, coi paesi del terzo mondo. Politici conniventi ottengono dal FMI prestiti per lo “sviluppo” in cambio dell’applicazione di politiche neoliberiste volte, a loro dire, a risanare il bilancio e a favorire la crescita. Tali misure comportano il taglio della spesa pubblica e la privatizzazione del patrimonio pubblico, imprese, risorse se non addirittura pezzi di territorio. A fronte di tali folli politiche il paese si ritrova in pochi anni, privo dei suoi gioielli di famiglia, con un PIL ovviamente in calo, visto l’ammanco della ricchezza distribuita sotto forma di spesa pubblica e indebitato fino al collo. A questo punto l’FMI bacchetta il governo di turno, dicendo che le difficoltà finanziarie sono dovute al poco rigore con cui sono state applicate le sue indicazioni e ricatta affermando che è disposto a fornire nuovi prestiti, ma solo a condizione che le sue indicazioni vengano applicate con maggiore fermezza. I politici recitano la loro parte e cospargendosi il capo di cenere chiedono scusa, applicano di nuovo le “ricette” del FMI e la spirale continua. Il paese senza più la ricchezza prodotta dalle sue imprese nazionali che sono ora private e dagli stipendi del settore pubblico, che sono stati tagliati, ha sempre meno la capacità di ripagare un debito che invece cresce, perché peggiorando la situazione finanziaria, aumentano gli interessi da pagare. Ovviamente continuando ad applicare una ricetta dannosa la situazione peggiora, ma è esattamente quello che l’FMI e i governi vogliono. A quel punto parte la fase del pignoramento. Visto che il paese è insolvente si procede alla privatizzazione di tutto il privatizzabile e il paese in questione diventa in pratica proprietà di multinazionali varie che ne sfruttano risorse e territorio per i loro interessi, con in più il senso di colpa di non aver “onorato” il debito. Un meccanismo perfetto, strozzinaggio vero e proprio.
Meccanismo raffinato e complesso, che dagli anni ’90 ha sostituito le brutali dittature del ventennio ’70 – ’80, alle quali era stato affidato il compito di “paladine” del modello di sviluppo occidentale e di baluardo contro l’avanzata del comunismo, soprattutto in Sud America. Da notare che i disastri e i morti causati da tali dittature, Pinochet in Cile, Videla, e Galtieri in Argentina e da altri loro consimili nel resto del continente, furono comunque inferiori ai disastri e ai lutti causati dal neoliberismo sfrenato a loro successivo, che operava invece sotto forma di “democrazia”.
Esempio lampante di queste politiche neoliberiste e dei disastri della loro applicazione è l’Argentina degli anni ’90. Classe politica connivente a prescindere dagli schieramenti, che in nome dello “sviluppo” e della “crescita” ottiene dal FMI e dalle grandi banche d’affari private, prestiti in cambio dell’applicazione delle misure di cui sopra. Nei primi tempi i risultati sono miracolosi, l’economia argentina vola, la gente sta meglio e sono tutti contenti, in pochi si ritrovano a pensare all’enorme debito impossibile da ripagare, e quei pochi che vi accennano sono tacciati di essere uccelli del malaugurio, o scontenti cronici. Ma poco tempo dopo l’effetto di tale follia esplode in tutta la sua drammaticità, i tagli alla spesa pubblica riducono la popolazione letteralmente in una condizione di fame e stenti, tutto il vendibile viene svenduto, letteralmente svenduto per quattro soldi in un’imponente operazione di privatizzazione, compagnia aerea di bandiera, ferrovie statali, le aziende nazionali di gas e petrolio solo per citare le più importanti e folli operazioni. Il culmine si raggiunge quando nottetempo furgoni blindati, protetti dall’esercito svuotano le casse delle banche di soldi e oro per consegnarli ai grandi correntisti privati stranieri. A quel punto il popolo argentino si sveglia, la classe politica, indipendentemente dallo schieramento viene definita “mafiocracia” le connivenze dei politici col sistema finanziario vengono sempre più denunciate pubblicamente, inizia quasi un decennio di lotte e rivolte in tutto il paese che culminerà con la provvidenziale dichiarazione di insolvenza del paese e quindi la cancellazione di parte del debito, la svalutazione della moneta e l’Argentina riesce finalmente a ripartire su basi più consone alle sue possibilità e in pochi anni riesce a ritirare su la sua economia rinunciando saggiamente a inseguire sogni di ricchezza facile e irraggiungibile. Ovviamente è riuscita in questa operazione soprattutto grazie al fatto che l’ha effettuata durante i primi anni dello scorso decennio, anni in cui l’economia globale era ancora in fase di crescita. Due bellissimi film – documentario del regista Fernando Solanas, raccontano cosa è successo in Argentina in quegli anni, “Diario del saccheggio” e “La dignità degli ultimi” nei quali la follia e la crudeltà del neoliberismo e il coraggio e la dignità del popolo argentino nel combatterle sono le protagoniste assolute.
Altro fattore non secondario di cui tener conto per concludere con l’Argentina è la equiparazione di dollaro americano e peso argentino, due monete l’una fortissima e l’altra debolissima, che all’improvviso furono equiparate nel cambio, 1 dollaro = 1 peso. Durante la fase iniziale di quello che divenne il saccheggio argentino, l’illusione di benessere artificiale diffusa nel paese fu aiutata dall’equiparazione del cambio tra dollaro e peso. Li per li gli effetti furono spettacolari, gli argentini si ritrovarono in banca i loro risparmi trasformati in dollari, un salto inebriante nel livello di benessere e ricchezza, ma assolutamente aleatorio e folle e le conseguenze tragiche di tale follia non si fecero attendere molto.
Una moneta debole non è di per se una sciagura,anzi il contrario. Se l’economia di un paese si basa su grandi esportazioni di prodotti a basso costo la moneta debole è strumento irrinunciabile, vedi il caso cinese, dove la moneta viene tenuta artificialmente svalutata dal governo di Pechino per continuare a monopolizzare il mercato mondiale dell’esportazione.
L’economia argentina usufruiva della debolezza del peso in questa ottica e ne traeva profitto. Ovviamente una rivalutazione della moneta ha ridotto drasticamente le esportazioni con conseguenze nefaste per l’economia argentina.
Hmmmmm!!!!!!! Privatizzazioni, taglio della spesa pubblica, problemi col debito, passaggio dalla liretta debole all’euro forte…. Sniff sniff, c’è puzza di bruciato.
Ovviamente lo stesso vale per la dracma greca, la peseta spagnola, la sterlina irlandese e l’escudo portoghese, tutte monete ampiamente svalutate e deboli, funzionali a economie basate su grandi volumi di esportazioni verso paesi con valute forti. Di colpo le economie di questi paesi si sono ritrovate con una moneta fortissima, l’Euro, funzionale a paesi dall’economia forte, Francia e soprattutto Germania, i due paesi leader dell’area Euro, al punto che alcuni analisti finanziari definiscono l’Euro come il Marco travestito e, non a torto, definiscono l’Unione Europea come il coronamento del sogno del Reich millenario, di dominare l’Europa. Laddove hanno fallito il Sacro Romano Impero e Hitler, sembra stiano riuscendo Angela Merkel e Wolfgang Schauble.
Approfittando del parallelo tra Peso argentino e Euro siamo arrivati in Occidente, tappa successiva del saccheggio.
Si sa che l’appetito vien mangiando e gli sciacalli della finanza dopo essersi impadroniti dei risparmi dei cittadini e delle aziende pubbliche in giro per il mondo, volgono lo sguardo verso il piatto forte, l’Europa e gli Stati Uniti.
Dicevamo prima che la necessità di mantenere in questi paesi, un livello di benessere che costituisse la base per il consumo è venuta meno. Quindi non c’è più ragione per riservare agli Occidentali trattamenti di riguardo, ovviamente ciò non accadrà dall’oggi al domani, ma gradualmente e seguendo criteri ben precisi, per evitare rivolte, sconquassi incontrollabili e cercare di evitare il crollo dell’intero sistema finanziario, ma avverrà.
Ed ecco che la “crisi del debito”, vera e propria truppa di occupazione, sbarca in Occidente.
Prima negli Stati Uniti sotto forma della crisi dei mutui cosiddetti “subprime” che ha avuto l’effetto di drenare ricchezza dai cittadini verso le banche, subito dopo con l’esplosione dei debiti pubblici per ora europei, che ha lo scopo di trasferire ricchezza dagli stati sempre verso le banche creditrici, soprattutto tedesche e francesi e che ha la sua testa di ponte più avanzata in Grecia, altre già operative in Irlanda, Portogallo e Spagna, una in fase di preparazione in Italia e altre dormienti in molti altri paesi occidentali, tra cui USA, Regno Unito e Giappone.
Le iniziali di Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna, formano l’acronimo “PIIGS”, la finanza si sa è appannaggio culturale anglo sassone e loro vanno matti per gli acronimi, questo in particolare PIIGS lo usano per definire i maialini d’Europa, guarda caso tutti paesi del sud tranne l’Irlanda che comunque è cattolica e non protestante e che è vista come la terronia anglosassone. Basta citare un altro acronimo utilizzato negli USA per definire il cittadino medio americano, WASP, che sta per white, anglo-saxon- Protestant, ovvero bianco anglosassone e protestante e ci rendiamo conto che ne sono esclusi per esempio i cittadini americani di origine irlandese o italiana, tanto per rendere l’idea.
I PIIGS sono i paesi europei su cui si sta concentrando l’attenzione e l’appetito della finanza internazionale. Viene messo l’accento sulla loro situazione debitoria e li si invita a operare le solite misure già ampiamente descritte prima per “risanare il bilancio”, misure subitaneamente messe in atto dai politici collusi e che inevitabilmente aggravano la situazione, al punto che già 2 di questi 5 PIIGS hanno dovuto ricorrere agli “aiuti” leggasi prestiti. In prima fila la Grecia, che ora abbisogna anche di un secondo “aiuto”, l’ Irlanda e il Portogallo, mentre la Spagna ripete con sicurezza di non averne bisogno, anche quando non gli viene chiesto e si sa che excusatio non petita…. Anche Grecia, Irlanda e Portogallo ripetevano che non ne avrebbero avuto bisogno, fino al giorno prima di chiederlo ufficialmente quindi…
E’ da tener in considerazione come funziona il meccanismo degli “aiuti” ai PIIGS. In pratica si tratta di una colletta fatta coi soldi pubblici e sottolineo pubblici, dei paesi aderenti all’area Euro e in misura minore aderenti al FMI. Ora che il saccheggio si è spostato in Europa, a dettare le condizioni per i “prestiti” è la cosiddetta Troika ovvero FMI, UE e BCE. Di volta in volta si stabilisce l’entità del “salvataggio”, le condizioni da rispettare per il paese interessato e la quota per ogni singolo paese che partecipa al salvataggio. I soldi pubblici raccolti dai paesi “salvatori” vengono girati al paese “salvato” che a sua volta li gira ai creditori privati generalmente banche e ribadisco private. Nel caso della Grecia sono soprattutto banche tedesche, ma anche francesi e inglesi e in misura minore americane, non a caso Angela Merkel applaudiva felice quando il parlamento greco approvava le misure di austerità, sapendo che in quel modo i soldi pubblici dei paesi europei sarebbero stati presto girati alle casse delle banche private tedesche. Ripeto, si tratta di un passaggio di denaro pubblico in mani private. Ovviamente è solo un tampone e non risolve nulla, sostituisce un debito con un altro e per via delle misure richieste dalla Troika mette il paese “salvato” in condizioni ancora peggiori, non serve a “salvare” il paese interessato ma solo a far rientrare i creditori privati coi soldi dei cittadini dei paesi prestatori.
Per il primo “salvataggio” approvato nel maggio dell’anno scorso, si tratta di 110 miliardi di Euro in 3 anni, da versare alla Grecia in 5 tranches, corrispondenti alle scadenze debitorie che il paese non potrebbe onorare altrimenti e che la Grecia dovrà rimborsare ai prestatori con l’interesse del 5% annuo. Sulla possibilità che vengano effettivamente rimborsati sono personalmente scettico, mi viene da ridere in realtà. Questi prestiti sono stati così ripartiti, 80 miliardi a carico dei paesi dell’area Euro, quindi anche dell’Italia, “l' 8 maggio 2010, in accordo con l'opposizione, il governo ha varato il decreto-legge che dispone l'erogazione da parte del ministero dell'Economia di prestiti "sino al limite massimo complessivo di 14 miliardi e 800 milioni» in riferimento al programma triennale di sostegno finanziario alla Grecia a carico dell'Eurogruppo per complessivi 80 miliardi". Tradotto, per noi Italiani si tratta di poco meno di 5 miliardi l'anno per 3 anni, da sborsare in soccorso delle disastrate finanze greche. Come se le finanze italiane non fossero invece disastrate, procediamo al trasferimento dei nostri soldi nelle casse delle banche creditrici della Grecia. Da notare che su questioni quali coppie di fatto, testamento biologico e altre cose simili, in parlamento si inscenino scontri feroci, polemiche infinite, battaglie di civiltà, che tengono banco per mesi, quando si tratta di regalare soldi al sistema finanziario, l’accordo viene invece ottenuto in brevissimo tempo e senza troppe polemiche. Ma sarà un caso.
I restanti 30 miliardi di Euro sono stati invece messi dai paesi aderenti al FMI in cui l’Italia partecipa per il 3,25%, dato che i soldi del Fmi sono soldi dei paesi aderenti, il discorso è più o meno lo stesso.
Ma non basta a coprire tutto il debito, infatti si profila un secondo salvataggio per la Grecia e inoltre si procede al pignoramento dei beni pubblici. Il paese dovrà “privatizzare” porti, aeroporti, ferrovie,autostrade, imprese nazionali, compresa l’agenzia che gestisce le scommesse, diritti di perforazione e sfruttamento del suolo e si parla anche di isole e spiagge, senza contare aumenti su tasse, tariffe e accise, riduzione del 15% degli stipendi pubblici, chiusura o accorpamento di 2000 scuole, aumento dell’età pensionabile, taglio di tredicesime e quattordicesime, riduzione drastica degli impiegati pubblici, insomma un salto di epoca vero e proprio, altro che lacrime e sangue, la Grecia entra in una nuova fase storica, molto più dura di quella da cui proviene. Un saccheggio come già visto nel terzo mondo e in Argentina, solo che stavolta tocca a noi. Per adesso la Grecia, ma intanto al “salvataggio” partecipa anche l’Italia, coi nostri soldi, così come altri paesi dell’area Euro e del FMI e per il resto è solo questione di tempo, e neanche tanto credo.
Discorso simile vale per l’Irlanda, qui c’è un problema anche di debito privato dovuto alla crisi del 2008 e dell’esplosione della bolla immobiliare, che come quasi ovunque è il meccanismo fondamentale per far pagare all’economia reale i disastri e le follie della finanza. A seguito della crisi il sistema bancario “privato” irlandese, si è ritrovato con enormi buchi di bilancio e ovviamente è toccato al settore pubblico farsene carico, privatizzando banche in via di fallimento, la più grande delle quali è la Anglo-Irish Bank, risanandone i bilanci coi soldi degli irlandesi. Così di colpo l’Irlanda si è trovata a aver bisogno di “aiuti” che prontamente le sono stati dati, sempre in cambio dell’applicazione delle solite misure neoliberiste. Dopo che il parlamento irlandese ha approvato tali infami manovre, la Troika FMI, UE, BCE, ha dato il via libera agli aiuti, 85 miliardi di Euro in 3 anni, da rimborsarsi in 10 anni, all’interesse del 10% circa. Di questi 85 miliardi, 45 saranno sborsati dall’UE, o meglio dai cittadini dell’UE, 22,5 dal FMI, o meglio dai cittadini dei paesi aderenti all’FMI e i rimanenti 17,5 dallo stato irlandese, gentilmente prelevati dai fondi di riserva per le pensioni. Le misure richieste per ottenere tale grazia sono sempre le stesse, taglio della spesa sociale, aumento dell’IVA e taglio di posti pubblici, tutto con l’obiettivo di raggiungere il rapporto deficit/pil del 3%, obiettivo ovviamente irraggiungibile, la qual cosa darà motivazione negli anni a venire per ulteriori tagli e misure di austerità. Per ora gli irlandesi si sono risparmiati i pignoramenti di beni pubblici, beati loro. I principali creditori delle banche “private” e poi nazionalizzate irlandesi sono banche inglesi,ma anche francesi americane e via dicendo, ovviamente private, quindi si tratta dell’ennesimo trasferimento di ricchezza dal pubblico al privato, solito leit motiv dei nostri tempi.
Ultimo, per ora, in ordine di tempo il Portogallo, a vantaggio del quale sono stati varati “aiuti” per 78 miliardi di Euro ancora da definire nei dettagli le modalità di applicazione e le misure richieste in cambio. Quello che si sa è che saranno concessi in 3 anni anche questi e in cambio il Portogallo dovrà procedere a un programma “ambizioso” di privatizzazioni.
Per far fronte a tutti questi aiuti e a quelli a venire l’UE ha creato un fondo apposito, con soldi pubblici sia ben chiaro, chiamato fondo salva stati o EFSF (European Financial Stability Fund) nominalmente da 440 miliardi di Euro, di cui l’Italia ne ha già garantiti 78. Viste le quote già concesse dall’UE a Grecia e Irlanda e prossimamente al Portogallo e tenuto conto del fatto che queste nazioni necessiteranno di altri “aiuti” a breve, si può dedurre che non sarà sufficiente a tamponare la crisi del debito pubblico europeo.
L’ordine con cui si sta procedendo agli “aiuti” nei confronti dei paesi PIIGS è già stabilito da tempo e risponde all’acronimo GIPSI way, sempre dalle iniziali dei paesi coinvolti, quindi si inizia o meglio si è già iniziato con la Grecia e l’Irlanda, e siamo in via di definizione per il Portogallo. A questo punto rimane la grande incognita sule ultime due lettere della GIPSI way, la “S” di Spagna e la “I” di Italia. Lanciarsi in previsioni e cifre a riguardo di eventuali salvataggi nei confronti di Italia e Spagna è difficile, ma una semplice considerazione si può fare. Le “esposizioni” del mercato, leggi banche private, nei confronti di Grecia, Irlanda e Portogallo,sommate, non arrivano a quella spagnola e queste quattro sommate non arrivano a quella italiana, se aggiungiamo un’altra considerazione, che il fondo salva stati europeo, basterà si e no per “salvare” le prime 3, ci si rende subito conto che l’eventuale prosecuzione della GIPSI way apre scenari impossibili da prevedere, ma sicuramente catastrofici. Semplicemente la Spagna appare impossibile da “salvare” almeno con gli strumenti messi in campo sinora, dell’Italia non parliamone proprio, se la crisi del debito dovesse proseguire sulla strada che è segnata, la quantità di ricchezza virtuale che verrebbe bruciata con Spagna e Italia sarebbe così enorme, che questo passaggio rappresenterebbe l’inizio di una nuova era su scala planetaria, e non sarebbe un’era felice.
Quindi recentemente sembra che i decisori europei si stiano orientando verso un’ulteriore “monetizzazione del debito”. Il fondo salva stati pare che verrà ampliato enormemente si parla di arrivare a 2.000 o addirittura 3.000 miliardi di Euro, dai 440 originari, cifra dettata dalla necessità di “coprire” i debiti di Spagna e soprattutto Italia, evitandone il fallimento. Ma come funziona questo fondo salva stati? Sembra davvero a guardarlo bene che sia una sorta di pietra filosofale che trasforma il piombo in oro. Il Fondo infatti acquista il debito, i Bond, degli stati in difficoltà, che hanno una valutazione pessima, con soldi “stampati” dal nulla dalla BCE, e si finanzia emettendo a sua volta i propri Bond, che invece hanno la valutazione più alta, con la complicità delle agenzie di rating ovviamente, et voilà, che per miracolo, debiti insolvibili si trasformano in solidi investimenti. Lo stesso giochetto fatto con i mutui subprime in America, ma stavolta applicato in grande stile a intere nazioni, e abbiamo visto come è finita coi mutui subprime. A garantire il Fondo salva stati ci sono i paesi stessi dell’area Euro, alcuni dei quali già tecnicamente falliti, che quindi non saranno in grado presumibilmente di onorare le garanzie che hanno sottoscritto, a meno di una portentosa “crescita economica” nei prossimi anni, crescita che pur con tutta la buona volontà si fa fatica a vedere.
Insomma stanno comprando tempo e lo stanno facendo con soldi inventati tanto per cambiare, che non fanno altro che aggravare il peso del debito degli stati europei, solo posticipandone il pagamento.
Ovviamente in questa fase è tutto in continuo mutamento e le condizioni cambiano anche da un giorno all’altro, adesso pare che l’Italia e la Spagna, non siano in grado di continuare a “garantire” la loro partecipazione al Fondo salva stati, in virtù delle pessime situazioni finanziarie in cui versano, e altre novità verranno fuori a breve. Più che inseguire il continuo mutare delle condizioni, in uno scritto come questo, penso sia bene concentrarsi sui meccanismi di base che si stanno mettendo in atto.
Quello che appare chiaro è che non sarà possibile in alcun modo ripagare i debiti, ne dei paesi PIIGS, ne di tutto il resto del colossale debito pubblico mondiale, ne dei debiti privati dei cittadini e delle imprese di tutto il mondo. In questo mondo di debiti ci siamo già spesi in anticipo la presunta crescita futura, crescita che non ci sarà perché mancano le risorse per realizzarla. Tutto questo meccanismo, si giustifica solo con l’impellente urgenza di accaparrarsi di tutto l’accaparrabile prima che l’intera baracca crolli. E tutto l’accaparrabile, soldi e beni reali, stanno cercando di accaparrarselo istituzioni sovranazionali private elette da nessuno, togliendolo ai popoli.
Da questo punto di vista i segnali sono chiari e l’accusa a orologeria di stupro , poi rivelatasi falsa, ai danni di Dominique Strauss Kahn è un messaggio chiarissimo a chi sa leggerlo. Strauss Kahn, ex direttore del FMI, era intenzionato a un parziale cambiamento di rotta. Nei suoi disegni, parte della crisi del debito europeo avrebbe dovuto essere pagata dal settore privato. Proponeva infatti un fallimento “parziale” della Grecia e non un “salvataggio” integrale. Per fallimento parziale, ridicolo eufemismo, si intende comunque un fallimento. Strauss Kahn proponeva di allungare nel tempo le scadenze del debito greco, di cancellare parte del debito e di abbassare gli interessi sul debito stesso. Misure che avrebbero significato una perdita per i creditori privati dello stato ellenico e nel contempo un alleggerimento del fardello per i cittadini greci e di tutta l’UE. In pratica una chiamata a collaborare da parte dei creditori privati per risolvere la crisi, i quali si sarebbero dovuti accollare una parte delle perdite. Si vede che tali congetture non erano ben viste negli ambienti finanziari e subito sono partite le manovre per farlo fuori. E anzi che la può raccontare, poteva andargli peggio diciamo.
Al suo posto, a dirigere l’FMI è stata messa Christine Lagarde, entusiasta fautrice dei “salvataggi” senza se e senza ma e soprattutto senza costi per le banche private. Quindi niente paura, saremo noi a pagare la crisi e per intero, fino a che punto non è dato saperlo e probabilmente non lo sanno nemmeno i timonieri di questa folle nave ormai alla deriva.
Piccola chiosa su Dominique Strauss Kahn, era il direttore del FMI ma anche il candidato del Partito Socialista Francese alla presidenza della repubblica. Ma ci rendiamo conto? Un partito socialista che si fa rappresentare dal direttore del FMI. Questo allegro balletto nel quale tali figuri passano dalla finanza alla politica e viceversa dovrebbe rendere chiara la situazione in cui ci troviamo, per fare un altro esempio l'ex cancelliere tedesco, il socialdemocratico Gerhard Schröder, fa approvare la costruzione di un gasdotto tra Russia e Germania in collaborazione col gigante russo dell'energia Gazprom, un affare di importanza economica e strategica enorme e poi casualmente appena scaduto il mandato da cancelliere entra nel consiglio di amministrazione della stessa Gazprom, con relativo lauto stipendio, c'è da sospettare qualcosa? E da notare che sono tutti esponenti di "sinistra" se questa parola ha ancora un senso in politica, questo meccanismo negli USA è detto "revolving doors", porte girevoli, dalle loro parti è pratica più che normale, ma anche noi la stiamo imparando in fretta, basta vedere le carriere di gente tipo Ciampi, dalla banca d'Italia a ministro dell'economia, poi primo ministro e infine presidente della repubblica, o di Romano Prodi, che da presidente dell'IRI ha gestito la più grande svendita del patrimonio pubblico italiano a partire dagli anni '80, per poi passare a essere consulente per l'Europa della banca americana Goldman Sachs, e successivamente presidente del consiglio del "centro-sinistra", o ancora Mario Draghi, da segretario del tesoro fu l'esecutore dell'altra grande svendita di patrimonio pubblico italiano che avvenne nei primi anni '90 e che è allegramente passato con incarichi di alta responsabilità e quindi di potere, da istituzioni pubbliche quali l'IRI e l'ENI a soggetti privati quali l'onnipresente Goldman Sachs in qualità di vice presidente generale e anche della Banca Mondiale, della BNL, poi della Banca d'Italia e ora della BCE, o ancora Giuliano Amato, da eminenza grigia di Craxi negli anni '80, a presidente del consiglio nei primi anni '90 e adesso è "senior advisor" di Deutsche Bank per l'Italia.
La facilità o meglio la naturalezza con la quale costoro passano dalla politica alla finanza ci deve far sospettare qualcosa?
Ma torniamo ai PIIGS e alla GIPSI way per andare oltre nelle considerazioni.
Piccola chiosa su Dominique Strauss Kahn, era il direttore del FMI ma anche il candidato del Partito Socialista Francese alla presidenza della repubblica. Ma ci rendiamo conto? Un partito socialista che si fa rappresentare dal direttore del FMI. Questo allegro balletto nel quale tali figuri passano dalla finanza alla politica e viceversa dovrebbe rendere chiara la situazione in cui ci troviamo, per fare un altro esempio l'ex cancelliere tedesco, il socialdemocratico Gerhard Schröder, fa approvare la costruzione di un gasdotto tra Russia e Germania in collaborazione col gigante russo dell'energia Gazprom, un affare di importanza economica e strategica enorme e poi casualmente appena scaduto il mandato da cancelliere entra nel consiglio di amministrazione della stessa Gazprom, con relativo lauto stipendio, c'è da sospettare qualcosa? E da notare che sono tutti esponenti di "sinistra" se questa parola ha ancora un senso in politica, questo meccanismo negli USA è detto "revolving doors", porte girevoli, dalle loro parti è pratica più che normale, ma anche noi la stiamo imparando in fretta, basta vedere le carriere di gente tipo Ciampi, dalla banca d'Italia a ministro dell'economia, poi primo ministro e infine presidente della repubblica, o di Romano Prodi, che da presidente dell'IRI ha gestito la più grande svendita del patrimonio pubblico italiano a partire dagli anni '80, per poi passare a essere consulente per l'Europa della banca americana Goldman Sachs, e successivamente presidente del consiglio del "centro-sinistra", o ancora Mario Draghi, da segretario del tesoro fu l'esecutore dell'altra grande svendita di patrimonio pubblico italiano che avvenne nei primi anni '90 e che è allegramente passato con incarichi di alta responsabilità e quindi di potere, da istituzioni pubbliche quali l'IRI e l'ENI a soggetti privati quali l'onnipresente Goldman Sachs in qualità di vice presidente generale e anche della Banca Mondiale, della BNL, poi della Banca d'Italia e ora della BCE, o ancora Giuliano Amato, da eminenza grigia di Craxi negli anni '80, a presidente del consiglio nei primi anni '90 e adesso è "senior advisor" di Deutsche Bank per l'Italia.
La facilità o meglio la naturalezza con la quale costoro passano dalla politica alla finanza ci deve far sospettare qualcosa?
Ma torniamo ai PIIGS e alla GIPSI way per andare oltre nelle considerazioni.
Come mai proprio questi 5 paesi? Andando a spulciare i bilanci dei paesi occidentali la situazione è questa. Il paese col più grande, ma sarebbe meglio dire enorme, debito pubblico al mondo sono gli Stati Uniti, con l’incredibile somma di oltre 14 trilioni di dollari e continua a crescere. Pensavate che il trilione fosse un termine usato solo da zio Paperone eh? E invece no un trilione, trillion in inglese, negli USA equivale a 1000 miliardi. Per la cronaca Obama in 2 anni e mezzo ha accumulato tanto debito quanto George W. Bush in 8 anni, complimenti “yes we can” al punto che da qualche mese l’amministrazione americana è bloccata e in esercizio provvisorio, perché negli USA il tetto per il debito è stabilito dalla costituzione, invece yes we can è riuscito a sfondarlo e ora si trovano in una situazione veramente difficile, anche se gli USA, in virtù del loro ruolo leader nell’economia mondiale hanno privilegi descritti prima come il fatto di avere la moneta di scambio internazionale, che li mettono in realtà al riparo dal rischio di fallimento, per ora.
Se poi prendiamo il rapporto debito/Pil, ovvero la quantità di debito in relazione alle entrate dello stato, la situazione peggiore l’abbiamo in Giappone con circa il 200% di rapporto, ovvero il paese del sol levante ha il doppio del debito rispetto a quanto produce annualmente, anche questo rapporto è “ovviamente” in crescita, poi dopo lo tsunami e Fukushima…
Infine se calcoliamo il debito aggregato, ovvero la somma tra debito pubblico, debito dei singoli cittadini e debito delle aziende, esce fuori che l’ indebitamento medio più alto al mondo ce l’ha il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord. Dunque sul versante debito nei paesi occidentali non vediamo nessuno dei paesi PIIGS primeggiare, allora come mai l’attenzione è tutta su di loro? O meglio su di noi visto che una delle “I” rappresenta l’Italia?
Le ragioni sono molteplici. Iniziamo dal capire chi è che effettivamente punta l’indice verso le nazioni iniziando il gioco al massacro del debito.
Esistono delle istituzioni rigorosamente private, ci mancherebbe, che hanno il compito di analizzare i bilanci di aziende e nazioni, per determinarne la solidità e dargli il voto. Queste “istituzioni” sono le “agenzie di rating”. Le tre più influenti sono ovviamente americane e rispondono ai nomi di Moody’s, Standard & Poors e Fitch. Queste tre “sorelle” analizzano le situazioni di bilancio di aziende, stati, fondi di investimento ecc ecc e gli danno il voto. Più il voto è alto più è facile, leggasi a interessi bassi, ottenere prestiti, più il voto è basso più sarà difficile, leggasi interessi alti. I problemi iniziano quando si finisce sotto l’occhio di queste “istituzioni” che cominciano ad abbassare il voto, dando al mercato la sensazione che il paese o l’azienda o qualunque sia il soggetto interessato, non sia in grado di ripagare il debito e inizia la spirale.
Per tornare al discorso degli imperscrutabilità all’occhio umano delle superiori conoscenze delle istituzioni finanziarie, che sono, ripeto fino alla noia private, il loro giudizio è visto come quello di un oracolo, nessuno osa metterlo in discussione, quindi nessuno prova a dire loro per esempio “Scusate ma perché Stati Uniti, Regno Unito e Giappone hanno voti alti pur avendo situazioni orrende mentre i PIIGS hanno voti bassissimi, pur non avendo situazioni finanziarie così tanto peggiori?”
Ricordo che sulla base del voto di queste agenzie, il mercato stabilisce i tassi di interesse per i prestiti accordati alle nazioni. Essendo queste agenzie americane, ovviamente si guarderanno bene dall’iniziare la distruzione proprio da casa loro, poi il sistema finanziario anglo sassone è appunto anglo sassone, Stati Uniti e Regno Unito sono legati a doppio filo, non a caso il Regno Unito non ha adottato l’Euro. (nonostante la Bank of England sia socia della BCE al 14,50% ma questa è un’altra storia)
Quindi anche il Regno Unito, per ora, è al riparo dalla moderna inquisizione delle tre sorelle.
Il Giappone detiene una grossa parte del debito pubblico americano, che è come dire usando un tecnicismo, che li tengono per le palle, inoltre il Giappone è un’economia enorme, mettere in crisi il Giappone sarebbe davvero impegnativo, per usare un eufemismo e metterebbe anche in crisi gli Stati Uniti, quindi meglio evitare.
Stesso discorso vale per USA e Regno Unito, sono economie enormi, accelerarne la crisi sarebbe catastrofico, la quantità di ricchezza bruciata sarebbe inimmaginabile e le conseguenze pure.
In estrema sintesi, le istituzioni finanziarie private, che nei fatti governano il mondo, si trovano a dover affrontare una crisi di proporzioni mai viste. Mai nella storia ci si è trovati dinanzi a tanta ricchezza, reale e virtuale, tante risorse e energia messe in campo, tanta popolazione da gestire, e tanto debito a cui far fronte, peraltro debito impagabile. Quindi iniziano l’operazione di rientro di ricchezza “concreta” a favore dei grandi soggetti privati, a danno dei pesci piccoli, piccoli risparmiatori, comuni cittadini e piccoli stati. Stiamo in territori sconosciuti, una situazione mai realizzatasi prima, l’intero pianeta coinvolto contemporaneamente in un disegno unico e costretto a fare i conti con una crisi così enorme e complessa che non ha precedenti. La situazione e le linee guida che stanno seguendo sono arguibili. La ricchezza prodotta non crescerà più in maniera significativa e può anche darsi il caso che non cresca proprio più e cha anzi cominci a decrescere, in ogni caso non sarà in grado di dare sostanza a quella virtuale del denaro, che invece può crescere all’infinito essendo per l’appunto virtuale, dato che il denaro si crea dal nulla e senza alcun parametro concreto. L’operazione che stanno cercando di eseguire, per gestire questa crisi, punta alla riduzione della ricchezza virtuale fino a riportarla a essere compatibile con quella reale, ricchezza reale da trasferire intanto nelle mani dei pochi che hanno già molto. In un mondo in cui è possibile creare denaro dal nulla, il denaro non vale nulla, è solo carta o peggio ancora pixel su uno schermo, continua a avere un valore finchè convenzionalmente glielo si da, quindi stanno cercando di drenarne il più possibile da cittadini e istituzioni pubbliche per comprarci beni reali, immobili, aziende, infrastrutture, servizi pubblici, prima che la bolla del debito esploda definitivamente e il denaro, come è concepito attualmente, torni a essere quello che è, cioè carta colorata.
Ma per farlo serve tempo e continui aggiustamenti di rotta, navigano su mari sconosciuti, oltre le colonne d’ercole della finanza, per questo hanno iniziato coi paesi del terzo mondo, economie a trascurabile impatto globale dove il livello di vita della popolazione era già basso di suo, in modo da non creare sconquassi sociali difficilmente gestibili. Poi sono passati all’Argentina, paese già più importante, anche se comunque di impatto relativo a livello globale, ma con una popolazione più simile a quella occidentale. Gli sconquassi sociali in Argentina ci sono stati ma sono riusciti a scappare comunque col malloppo. Immagino che i possessori di tango bonds argentini ovvero di titoli di stato argentini, tra cui molti "risparmiatori" italiani, dissentiranno sulla relatività dell’impatto globale di quella crisi, ma infatti non ho scritto senza impatto, loro hanno preso una "sòla" e perso i risparmi, quindi per loro l’impatto c’è stato eccome ma d’altronde quando gli si diceva che il mondo della finanza è un mondo di banditi, responsabile di morte, fame e povertà nei paesi poveri facevano spallucce, attirati dagli specchietti per le allodole dell’arricchimento facile sulle spalle altrui, adesso, sulla loro pelle l’hanno capito, e per fortuna loro solo in maniera relativa. D'altronde la sicurezza di una vecchiaia economicamente tranquilla per una coppia di anziani pensionati che avevano investito sui "tango bonds" si basava sul saccheggio dell'Argentina, saccheggio che ripeto ha fatto molti ma molti più morti e disastri delle dittature militari precedenti.
La tappa successiva è iniziare il processo di saccheggio anche in Occidente. Hanno iniziato negli USA, ovviamente sulle spalle dei poveracci, i “subprime” ovvero i soggetti finanziari, persone per chi preferisce utilizzare linguaggio umano, che secondo il rating, ovvero il voto sulla loro condizione finanziaria, non avrebbero dovuto avere accesso ai mutui per l’acquisto di una casa, li hanno illusi con le solite favole sul benessere, gli hanno spremuto gli stipendi fino all’ultimo e poi si sono prese anche le case, con tanti saluti a chi ora, e sono milioni, vive sotto le tende, letteralmente sotto le tende, cercate “tent city” su youtube e vedrete tanti bei filmati sulle città di tende dove milioni di americani vivono adesso dopo la crisi dei mutui.
Ora tocca anche ai debiti pubblici di cui abbiamo già parlato, sempre con lo stesso obiettivo, prendersi intere nazioni col cappio del debito gonfiato apposta da politici conniventi, di qualunque schieramento. Per ora è la GIPSI way a dettare la tabella di marcia, con la Grecia in testa, vero e proprio laboratorio per testare l’impatto e la fattibilità di questo criminale disegno, ma il disegno procederà, tutti i paesi sono indebitati all’inverosimile con nessuna possibilità di produrre abbastanza ricchezza reale per pagare il debito. Toccherà a tutti.
Negli USA, da tempo si comincia a parlare del debito delle amministrazioni locali, stati federali, contee e municipalità, anche queste istituzioni sono coi debiti fino al collo, dei 50 stati americani, 48 hanno enormi debiti e devono tagliare servizi pubblici, come scuole, trasporti, illuminazione, polizia, manutenzione di strade, ponti e altre infrastrutture, assicurazioni sanitarie ecc ecc, si aspetta solo che chi comanda decida di affondare la lama anche li per mettere in piedi lo stesso meccanismo di espropriazione di soldi e beni reali pubblici a beneficio di soggetti privati.
Finora abbiamo parlato di casi di debito pubblico vero e proprio, ma come accennato nel caso del Regno Unito e dei mutui subprime, c’è anche il debito privato, dei privati cittadini e delle piccole e medie imprese da una parte e quello delle grandi istituzioni finanziarie dall’altra. In questo trasferimento di denaro dai molti ai pochi,i privati cittadini e le piccole e medie imprese, sono tutti, agli occhi dei giganti della finanza, dei pesci piccoli, e sono visti come limoni da spremere anche loro, invogliati a indebitarsi per avere il suv o la casa più grande, o il macchinario più moderno e potente per far si che la loro “azienda” sia pronta alle sfide del mercato globale e altre stronzate da imbonitori. Sono mosche in attesa che il ragno arrivi a mangiarsele, sono estranei all’elite finanziaria, sono anch’essi prede per i saccheggiatori e vista la diffusione e il numero di questi soggetti il loro debito può essere considerato in qualche modo pubblico. Stesso discorso fatto per le piccole imprese vale per le piccole banche. Che non avendo i mezzi per impegnarsi nelle modernissime speculazioni finanziarie continuano a dedicarsi a quello che una banca dovrebbe fare, fornire liquidità all’economia reale. Così vengono portate a indebitarsi in maniera insostenibile per poi fallire e essere acquisite, loro o i loro clienti, ma poco cambia, da quelle più grandi.
In USA sono fallite dall’inizio della crisi nel 2008 circa 350 banche minori, 150 l’anno, se consideriamo che dal 2000 al 2007 ne fallivano 4 l’anno…
Il debito delle grandi istituzioni finanziarie invece ha finora subito un trattamento diverso, come abbiamo visto è stato gettato sulle spalle pubbliche, ma vediamo come è successo.
Nel 2008, allo scoppio della crisi c’è stata una vittima eccellente, la grande banca d’affari Lehman Brothers, trovatasi a dover fallire a seguito dei buchi di bilancio dovuti allo scoppio della bolla immobiliare. Le ripercussioni del fallimento della Lehman Brothers, vero e proprio gigante, si sono fatte sentire in tutto il mondo, causando fallimenti a catena e dissesti finanziari, con pesanti ripercussioni nell’economia reale del pianeta. Di fatto è stato l’evento che ha trasmesso il “contagio” della crisi dei mutui subprime, dagli Stati Uniti al resto del mondo, innescando la crisi in cui ancora ci dibattiamo. Per evitare in futuro il ripetersi di tali cataclismi è stata studiata dai padroni del vapore, una strategia che si basa sull’assunto, “Too big to fail” ovvero troppo grande per fallire. Tale strategia dice che di fronte al pericolo di fallimento di “istituzioni” finanziarie troppo grandi, va messo in piedi un meccanismo di salvataggio atto a scongiurarlo a tutti i costi. Va da se che l’unico modo per evitare un fallimento sia fornire denaro al soggetto a rischio, e infatti è quello che è accaduto e che accadrà.
Negli USA il programma di salvataggio delle grandi banche d’affari, le principali finanziatrici, guarda caso, del primo presidente nero, è stato di 700 miliardi di dollari pubblici, ma la parte del leone l’hanno svolta le operazioni di “Quantitative Easing” della FED, la banca centrale americana, che hanno portato alla “creazione” di altro denaro dal nulla, sempre da iniettare nelle casse delle grandi banche per un totale difficilmente stimabile con precisione, ma che si aggira attorno agli 8.000 miliardi di dollari, una cifra sconsiderata, assolutamente folle, mentre le piccole banche sono state lasciate fallire in scioltezza e milioni di americani sono stati lasciati a se stessi, impossibilitati a pagare mutui sulla prima casa e ora vivono sotto le tende. Per loro i soldi non sono stati trovati.
Il sistema finanziario pensa solo alla sua sopravvivenza e per sopravvivere è pronto a far pagare alla gente qualunque prezzo, d’altronde viviamo in un mondo in cui 2 miliardi di persone arrancano per sopravvivere tra fame e malattie o rovistando nelle discariche, che vi aspettate? Slanci di generosità? Ci aspettavamo che almeno nei nostri confronti si avesse un occhio di riguardo, visto che siamo Occidentali, ma sembra sempre più evidente che non sarà così. L’elite finanziaria non ha nazione, e per loro non è uno slogan, è la realtà. Contano solo i soldi.
Ancora una volta trasferimento di soldi pubblici in casse private dunque, sempre lo stesso meccanismo o anche l’altro, sempre giustificato dalla logica del too big to fail, quello di rendere pubblico l’enorme debito privato accumulato dalle due più grandi agenzie americane che gestiscono i mutui, Fannie Mae e Freddie Mac che sono state statalizzate ad hoc subito dopo l’esplosione della crisi dei mutui. Tutto questo trasferimento di soldi pubblici in casse private avviene con lo spauracchio di evitare le disastrose conseguenze del fallimento di tali istituzioni e inoltre, dicono gli strateghi dell’alta finanza, queste istituzioni finanziarie, ricapitalizzate e riassestate torneranno a svolgere il loro compito “istituzionale” ovvero di fare da volano per l’economia reale, riprendendo a finanziare imprese e privati cittadini, in modo da far ripartire l’economia.
Ma la domanda sorge spontanea. Serviranno questi sacrifici di soldi pubblici a scongiurare i disastri paventati in caso di fallimento e a far ripartire l’economia americana? Vediamo un pò.
Per quanto riguarda il riuscire a coprire i buchi di bilancio, sembra si tratti di svuotare il mare col secchio. Le dimensioni sono talmente enormi che più che di buchi si tratta di voragini e le misure messe in campo consistono soprattutto nel creare denaro dal nulla il che contribuisce a rendere ancora più di carta il castello, e la sensazione è sempre la stessa, la ricchezza virtuale sulla quale si reggono i bilanci di tali istituzioni non potrà mai essere creata nella realtà in alcun modo, prima o poi il tracollo avverrà, il castello di carta sul quale si regge il nostro mondo crollerà sotto il suo peso, stanno solo comprando tempo, e coi nostri soldi, insieme al tempo stanno comprando a prezzo di saldo la ricchezza reale, ricchezza pubblica, togliendocela sotto i nostri occhi.
Poi c’è il discorso del “moral hazard” letteralmente rischio morale. Se tali “istituzioni” e soprattutto i loro managers, sanno di poter speculare e rischiare liberamente, che tanto i loro disastri li pagheremo noi e non loro, credete che saranno disincentivati a mettere in piedi meccanismi folli coi quali intanto si arricchiscono? Se credete di si, beh allora potete anche smettere qui di leggere le mie elucubrazioni e dedicarvi ad altro. Io personalmente credo di no. Continueranno a costruire ilo loro castello di carta finchè ci guadagneranno, poi quando crollerà toccherà ad altri rimanervi sotto schiacciati.
Last but not least, tanto per rimanere in tema di citazioni anglo sassoni, il presunto ruolo benefico di volano dell’economia che tali “istituzioni” ritroveranno, anzi avrebbero già dovuto ritrovare, a seguito del trasferimento di denaro pubblico nelle loro casse. Ma facciamo un esempio, se queste grandi “istituzioni” finanziarie ricevono prestiti a un tasso di interesse per esempio dello 0,25% che è quello che applica la FED, secondo voi, investiranno quel denaro avuto in prestito, in rischiose operazioni nell’economia reale, magari finanziando l’ammodernamento di imprese industriali o la creazione di nuovi posti di lavoro, col rischio di poter non riavere indietro il denaro prestato, o preferiranno comprare magari titoli di stato esteri o obbligazioni o altri prodotti finanziari, molto più sicuri e che rendono magari un buon 2% a fine anno, guadagnando così l’1,75% su cifre enormi senza muovere un dito e senza rischiare nulla?
Io opto per la seconda che hai detto e non solo io, anche loro.
In pratica la domanda è, quel denaro verrà utilizzato dalla finanza per far ripartire l’economia reale o verrà utilizzato per speculare ancora in ambito finanziario? Ancora una volta credo, la seconda che hai detto. E infatti è quello che sta avvenendo. Paradossalmente dovremmo dire “e meno male” che se lo tengono per loro.
L’inconcepibile e folle quantità di denaro che circola nel circuito finanziario rimane li dentro, non si arrischiano a farla uscire nell’economia reale, anche perché l’economia reale verrebbe in un attimo distrutta da un iperinflazione tipo repubblica di Weimar, se inondata da una tale quantità di denaro.
Allora ci fanno le loro speculazioni e quando vanno in crisi per la loro follia, si fanno iniettare denaro pubblico, raschiandolo dalle tasche dei cittadini o facendoselo “creare” appositamente dalle banche centrali, che essendo private sono società i cui soci sono le stesse banche a cui poi vanno le iniezioni di denaro. Semplice no?
Fin quando questo gioco potrà continuare? E chi lo sa, ripeto tale situazione è la prima volta che si viene a creare, non ci sono precedenti di tale entità e di un sistema così strutturato a livello globale, si sa solo che ogni volta che nella storia c’era troppo denaro in circolazione, prima o poi l’iperinflazione ne ha distrutto il valore con conseguenze catastrofiche. Nei precedenti storici degli ultimi 2 secoli tale meccanismo è avvenuto sempre a livello di singola nazione, quindi con possibilità di interventi e aiuti stranieri e con possibilità di crescita dovuta alla disponibilità di risorse in misura sempre maggiore, stavolta sembra diverso, stavolta è tutto il pianeta a essere coinvolto, quindi a meno di aiuti alieni nessuno potrà intervenire e inoltre la possibilità di aumentare produzione e consumo, almeno nella misura necessaria, stavolta non c’è.
Ma il pericolo più grosso è rappresentato dall’appiattimento del pensiero riguardo questi problemi. Tutte le soluzioni proposte finora sono sempre e solo legate all’idea che l’unico modello possibile sia quello in cui viviamo e che non esistano alternative. In questo trionfo del pensiero unico, l’unica possibilità è quella di ripagare il debito a costo di enormi sacrifici, come se le “istituzioni” private che hanno modellato questo sistema fossero una sorta di divinità e le loro parole un verbo sacro al quale non si possa disobbedire. E purtroppo i sacerdoti più zelanti di questa religione finanziaria, in Italia, sono i paladini dell’antiberlusconismo, che si indignano di fronte al suo conflitto di interessi, ma non vedono che il pianeta intero è afflitto da un conflitto di interessi ben più grande e grave, creato da “istituzioni” private per i loro interessi e imposto a tutti. Basta leggere le dichiarazioni degli esponenti del PD o di Travaglio a riguardo per rendersene conto. Secondo loro il governo Berlusconi è debole e per quello la “speculazione” ci attacca, la loro ricetta è seguire pedissequamente le direttive della finanza internazionale per non spaventare i mercati e privatizzare il privatizzabile.
Per esempio nessuno nei media mainstream parla mai di come si è mossa l’Islanda di fronte alla crisi del debito. Crisi molto simile a quella irlandese ma risolta in maniera del tutto opposta, alla “Marchese del grillo” ovvero “Voi sapè a procedura? Io li sordi nun li caccio e te nun li becchi!!!” Ma andiamo con ordine.
Prima 15 anni di sviluppo roboante dell’economia islandese, su basi ovviamente virtuali, legate all’adozione di assurde politiche neoliberiste che alla fine hanno presentato il conto, e un conto assai salato. Al 2003 tutto il sistema bancario islandese era privatizzato e grazie alla strategia dei conti online con bassi costi e alti rendimenti aveva attirato numerosi clienti stranieri, soprattutto inglesi e olandesi. Tale strategia portò all’aumento del volume di investimenti ma anche, visti gli alti rendimenti, all’aumento del debito estero delle banche islandesi, debito estero che al 2003 era del 200% del PIL islandese, nel 2007 al 900%. Poi la crisi finanziaria del 2008 colpì anche l’Islanda. Le tre principali banche del paese fallirono e vennero furono nazionalizzate ad hoc, tanto per far pagare alla gente i debiti e la moneta islandese, la Corona crollò sui mercati, perdendo nei confronti dell’Euro l’85% ingigantendo ulteriormente il debito estero del paese. A fine anno l’Islanda dichiarò bancarotta e fu chiesto l’aiuto del FMI, che concesse un prestito al paese di 2 miliardi e 100 milioni di dollari, oltre a altri 2 miliardi di dollari prestati da altri paesi del nord Europa. Ma in Islanda la gente si vede che è un po più “vulcanica” e un assedio al parlamento da parte della folla inferocita, portò alle dimissioni del governo fallimentare.
FMI e UE intanto pressavano affinchè lo stato si facesse carico del debito privato, spalmandolo sulla popolazione, unico modo, a detta di questi sciacalli per rimborsare il debito nei confronti in particolare di Inghilterra e Olanda, i cui governi si erano già fatti carico di rimborsare i propri cittadini e che ora volevano che l’Islanda rimborsasse loro.
Il nuovo governo eletto a aprile 2009 era una coalizione di sinistra, che pur condannando il modello neoliberista, accettò senza resistenze il pagamento del debito, con una manovra per restituire 3 miliardi e mezzo di Euro complessivi, interamente a carico della popolazione islandese in 15 anni e con un interesse del 5,5%. In pratica 100 euro al mese a persona per 15 anni, per un totale di 18.000 euro a testa, per risarcire un debito contratto da privati nei confronti di altri privati, concetto questo del debito contratto da privati, nei confronti di privati, fondamentale come vedremo più avanti. Solita storia dunque, al momento del crack gli utili delle banche vennero privatizzati, sotto forma di mega stipendi ai manager, stock options e altre forme di remunerazione privata, mentre le perdite vennero nazionalizzate. La gente tornò a inferocirsi contro il governo di “sinistra” se mai ancora questo termine abbia ancora un senso al giorno d’oggi, e tale movimento diede al presidente della repubblica la forza per non firmare la legge che condannava i cittadini al pagamento del debito altrui e indisse un referendum, per far esprimere la popolazione sul da farsi, stesso coraggio politico di Napolitano accidenti.
Ovviamente la “comunità” internazionale manifestò il suo dissenso nei confronti di tale manovra, Olanda e Inghilterra, le nazioni più coinvolte arrivarono a minacciare l’isolamento internazionale del paese dei ghiacci. La minaccia più grave era che se il referendum non avesse approvato il pagamento del debito, sarebbe stato bloccato ogni tipo di aiuto da parte del FMI, bloccando anche il prestito precedentemente concesso.
Che minaccia, viene da ridere, un auspicio, un augurio, più che una minaccia.
Il governo inglese arrivò a minacciare di adottare contro l’Islanda le misure economiche antiterrorismo, quindi il congelamento dei risparmi e dei conti bancari islandesi.
A marzo 2010 il referendum stravinse, col 93% dei consensi, da chi sosteneva che il debito non dovesse essere pagato dai cittadini.
Le ritorsioni arrivarono immediate, il FMI congelò il prestito concesso, ma la gente inferocita incalzava il governo, che aveva iniziato a indagare sulle responsabilità penali dei responsabili del crollo finanziario. Nei confronti di uno dei banchieri fu emesso un ordine di arresto internazionale da parte dell’Interpol, gli altri banchieri abbandonarono di corsa l’isola, ma non solo.
Si iniziò a riscrivere una nuova costituzione islandese che contenesse norme in grado di sottrarre il paese dalle grinfie del sistema finanziario internazionale e del denaro virtuale.
L’assemblea costituente fu composta da 25 “cittadini” eletti da una base di 522 cittadini che avevano presentato la candidatura. I requisiti per la candidatura erano i seguenti, bisognava essere maggiorenni, avere l’appoggio di almeno 30 persone e non avere tessere di partito. I punti chiave della nuova costituzione vennero discussi e proposti su internet, e tutti i cittadini potevano vederne il corso d’opera coi loro occhi e in tempo reale.
Rousseau ne sarebbe stato molto lieto credo.
Le riunioni dell’assemblea costituente si potevano seguire in diretta su internet e chiunque poteva commentare le bozze e lanciare le proprie proposte. La costituzione così creata verrà sottoposta al vaglio del parlamento dopo le prossime elezioni.
Oggi l’Islanda si sta riprendendo dalla batosta finanziaria in maniera del tutto opposta a quella propagandata come l’unica possibile dal sistema finanziario mondiale e dai loro camerieri della politica, di destra o di sinistra che siano. Nessun “salvataggio” da parte della BCE o dell’ FMI, niente cessione della propria sovranità a enti stranieri, ma un percorso di riappropriazione dei diritti e della partecipazione e la ricostruzione di un’economia non più basata sulle alchimie finanziarie, ma per esempio su una moneta più debole e commisurata all'economia del paese che favorisca la ripresa delle esportazioni e la creazione di ricchezza "reale" a scapito di quella virtuale creata dalla finanza, che alla fine si traduce in ricchezza reale per pochi e a un pugno di mosche per molti. Insomma l’opposto di quello che si sta imponendo ai greci ma adesso anche a noi italiani oltre che a spagnoli, irlandesi e portoghesi. Il principio che si è affermato in Islanda è che la volontà popolare espressa col referendum è superiore a qualsiasi accordo internazionale. Per questo la storia dell’Islanda viene taciuta dai media del potere, in primis il TG3, il più colluso col sistema finanziario internazionale, perché se questa coscienza si diffondesse al di fuori della piccola Islanda sarebbero cazzi per chi lucra sui nostri sacrifici.
Altro esempio fondamentale di diversa strategia nei confronti del debito, di cui non si trova traccia sui media è l’Ecuador del presidente Rafael Correa, ex missionario seminarista, che si definisce umanista e cristiano di sinistra e fautore dei “socialismi del XXI secolo”.
Tra gli anni ’80 e il 2005 il pagamento dell’interesse sul debito in Ecuador rappresentava il 50% delle entrate statali, un fardello enorme che impediva al paese di vivere, nonostante avesse mezzi e risorse per essere un paese ricco, tra cui petrolio. Il paese era caduto preda degli sciacalli della finanza, che con l’avallo di dittatori compiacenti, gli prestavano cifre spropositate a interessi enormi, ben consapevoli di come fosse impossibile onorare tale debito, era solo un modo per mettere un cappio al collo di un popolo. Prestiti che tra l’altro servivano all’Ecuador per pagare imprese americane come Becthel o Hulliburton le quali costruivano infrastrutture inutili, o meglio utili solo all’elite ecuadoregna, senza che benefici ne derivassero per la popolazione, che invece se ne vedeva accollato il debito derivante. Un circolo perfetto insomma. Perfetto e criminale, 4 miliardi di dollari l’anno per pagare il debito e solo 400 milioni per la sanità e 800 milioni per l’istruzione. Il paese si rivolta e viene eletto un tale Lucio Gutierres, che si presenta quasi come un socialista, salvo poi stipulare nuovi accordi con l’FMI, imponendo nuove misure di austerità. La rivolta riprende e come ogni sciacallo che si rispetti, Gutierres fugge in elicottero dal paese. Il vice presidente Palacio ne prende il posto, ma anche lui si sottomette subito ai voleri di Washington, a quel punmto il popolo ecuadoregno si rivolge all’unico che fino a quel momento aveva proposto una resistenza alle pressioni dei mercati, Rafael Correa, che ha anche studiato economia in Europa e negli Stati Uniti e sa come affrontare le “istituzioni” finanziarie sovranazionali, basta avere la volontà politica di farlo. Da ministro dell’economia nel 2005 denuncia la follia del fatto che i guadagni petroliferi del paese escano immediatamente per andare nelle casse dei creditori. “La burocrazia internazionale finanziaria, delinquente e in malafede dovrà rispettare il nostro paese” sono le sue parole in conferenza stampa, sembra Bersani vero? E dichiara che l’80% delle entrate derivate dall’esportazione di petrolio devono essere destinate a cosette tipo sanità, istruzione e altre spese sociali, e solo il 20% destinato al rimborso del debito. Tipo Nichi Vendola insomma.
Inoltre Correa dichiarò che il governo ecuadoregno aveva obblighi nazionali urgenti nei confronti della popolazione, i quali erano più importanti di quelli che aveva con i debitori stranieri. “Se potremo rispetteremo gli obblighi internazionali, ma prima viene la vita e poi il debito” dichiarò. Bestemmiando apertamente contro le divinità dei “mercati”.
A tali affermazioni la Banca Mondiale rispose che avrebbe interrotto l’erogazione di prestiti all’Ecuador. Ma l’allora ministro Correa, respinse tali attacchi e per non accettare tali condizioni si dimise. Un coraggio e una coerenza alla Prodi insomma. La decisione di dimettersi lo rese popolarissimo nel paese e nel 2006 viene eletto Presidente. Prima decisione da presidente fu quella di espellere dall’Ecuador il rappresentante della banca Mondiale e chiese ai rappresentanti del FMI di andarsene dall’edificio della Banca Centrale in quanto persone non gradite. Uno di questi rappresentanti Bob Traa sarà inviato poi in Grecia, un paese a caso insomma.
Il presidente Correa istituì una commissione di giuristi la quale analizzando tutti i contratti riguardanti il debito stipulati tra il 1976 e il 2006. Tra enormi difficoltà a accedere alla documentazione, la commissione riuscì a dimostrare che il debito pubblico del paese, nei confronti dei soliti noti era “detestabile” ovvero contratto in maniera illegale e incostituzionale, all’insaputa del popolo ecuadoregno e in combutta tra politici compiacenti e creditori. I risultati della commissione furono resi pubblici alla popolazione per motivare la decisione di rifiutare il pagamento del debito. Ma il capolavoro si completò subito dopo. Gli sciacalli del debito, vista la mala parata iniziarono a vendere sul mercato i titoli ecuadoregni a un prezzo bassissimo, circa il 20% del valore nominale, in modo da rientrare almeno in parte, a quel punto in forma segreta lo stesso Stato ecuadoregno, riacquistò il suo debito, pagandolo 1/5 del valore nominale, arrivando così a estinguerlo a condizioni molto meno onerose e soprattutto ponendo fine al problema. Utilizzando le strategie del nemico Correa riuscì a fregarlo comprandosi il suo stesso debito a 800 milioni di dollari invece di 3.000. Questi signori della finanza sono in realtà dei cacasotto e la loro paura principale è perdere soldi, di fronte a tale possibilità vanno in crisi e diventano deboli, basta avere il coraggio e la volontà di attaccarli. L’estinzione del debito e l’utilizzo degli introiti petroliferi per la spesa sociale furono un toccasana per la popolazione ecuadoregna e un esempio di come i mostri della finanza di cui vaneggia Tremorti, si possono sconfiggere. Estinguendo il debito l’Ecuador si è risparmiato circa 7 miliardi di dollari di interessi da pagare fino al 2030.
Il concetto di “debito detestabile” ovvero debito contratto senza l’aperto consenso e consapevolezza della popolazione, da politici collusi col sistema finanziario, nei confronti di debitori pienamente a conoscenza del meccanismo fraudolento e senza che quel denaro sia speso a beneficio della popolazione, è molto pericoloso per la finanza mondiale, potrebbe essere applicato da altri paesi come il Congo, che potrebbe facilmente dimostrare come il suo debito sia stato contratto dal dittatore Mobutu, o dal Sudafrica, che potrebbe dichiarare “detestabile” il debito contratto all’epoca dell’ apartheid, o dalle Filippine, che potrebbero dichiarare detestabile il debito contratto dal dittatore Marcos, ma a questo punto anche da altri paesi “democratici” scusate l’ironia, quante persone in Occidente, sanno davvero cosa è il debito pubblico, come è stato contratto o chi sono i creditori? Quei soldi sono stati spesi nell’interesse dei cittadini occidentali? I creditori sono o no perfettamente a conoscenza che tale debito è inesigibile? L’Islanda, unico esempio occidentale ha dichiarato esattamente come l’Ecuador, che prima viene l’interesse pubblico nazionale e dopo, se e forse, l’interesse privato e straniero. La battaglia contro il cappio del debito dovrebbe essere la prima nell’agenda di chi veramente voglia cambiare le cose e dovrebbe essere davvero mondiale,
“Voi G-20, Noi 7.000.000” dieci anni dopo cambiano solo i numeri i concetti rimangono gli stessi, anzi adesso che tali concetti, da astrazioni futuribili stanno divenendo sempre di più concreto presente, sarebbero anche molto più semplici da spiegare alla gente, che 10 anni fa se le vedeva proposte per la prima volta, adesso i nodi che denunciammo nel 2001 a Genova, stanno davvero venendo al pettine, ma sembra che ci si sia ridotti a guardare al massimo dal buco della serratura della camera da letto di Berlusconi, mentre ciò che avevamo previsto si sta avverando.
Tra l’altro il concetto di debito detestabile ha illustri precedenti, alcuni assolutamente impensabili.
La storia spesso sembra divertirsi a proporre situazioni incredibili e paradossali e questo vale per la nozione di “debito detestabile”
Dopo la Rivoluzione d’Ottobre il ministro esperto di diritto del governo degli Zar, Alexander Sack emigra in Occidente, andando a insegnare negli Stati Uniti e in Europa, nel 1927 partorisce la sua idea più geniale, la nozione di debito detestabile, per il quale servono 3 requisiti
1) Il governo deve aver conseguito il prestito senza che i cittadini ne fossero consapevoli e senza il loro consenso.
2) I prestiti devono essere stati utilizzati per attività di cui la cittadinanza non ne ha beneficiato.
3) I creditori devono essere al corrente dei due punti precedenti e nonostante questo disinteressarsene.
Tali propositi, partoriti da un ex ministro zarista servivano all’epoca agli scopi di una potenza in ascesa, gli USA, che avevano interesse a una soluzione simile per i loro problemi sin dal 1898, quando, vinta la guerra ispano-americana si annetterono Cuba, insieme al debito pubblico dell’isola lasciato dal regime coloniale spagnolo. In 4 secoli di colonialismo ovviamente quel debito era un bel fardello e gli Stati Uniti non volevano assolutamente pagare le scelte di governi precedenti. Decisero dunque sulla scorta delle intuizioni del nostro ex ministro zarista di non pagare il debito dichiarandolo “detestabile”. Se Alexander Sack è riuscito a scappare alla Rivoluzione d’Ottobre è proprio vero che non tutto il male viene per nuocere.
Anche in Messico, quando l’esercito democratico ribaltò il regime dell’Imperatore Massimiliano I, noto anche come Ferdinando Massimiliano d’Austria, il nuovo regime si rifiutò di pagare il debito contratto da quest’ultimo, il quale fu anche fucilato, a differenza di Sack.
Nel XXI secolo sempre gli Stati Uniti si avvalsero dei principi del debito detestabile, ma senza nominarlo esplicitamente, per evitare che altri potessero avvalersene, ora che la situazione mondiale era cambiata e che un’applicazione su vasta scala di questo concetto giuridico si sarebbe ritorta gravemente contro la superpotenza ormai all’apice della sua ascesa. Nel 2003 gli Stati Uniti assumono il governatorato dell’Iraq, a seguito dell’invasione, e subito dopo, il segretario del Tesoro degli Stati uniti convoca i suoi colleghi del G8, annunciando loro che il debito contratto dal regime di Saddam Hussein era da considerarsi inesigibile in quanto contratto da un regime dittatoriale che aveva sperperato i soldi avuti in prestito per costruire palazzi e comprare armi, invece il debito americano chissà da che deriva.
Ovviamente dovendone assumere il governatorato, gli USA si sarebbero trovati nella condizione di dover pagare anche il debito del paese conquistato, pensarono bene di evitare tale conseguenza ma pregando i colleghi degli altri paesi della coalizione di astenersi dall’enunciare il concetto di debito detestabile, pur motivando la decisione di annullare tale debito con gli stessi presupposti giuridici.
Tra l’altro un sacco di soldi il regime di Saddam li doveva a due paesi del G8 Francia e Russia, per l’acquisto di armi, ma questi fecero buon viso a cattivo gioco e accettarono in silenzio il diktat americano e alla fine si convenne a un taglio dell’80% del debito iracheno, aggiungendo ufficialmente di non utilizzare la nozione di debito detestabile, perché altrimenti altri paesi avrebbero potuto utilizzare tale giurisprudenza. Ma ormai la frittata era fatta, la superpotenza mondiale aveva sdoganato tale concetto nel XXI secolo e altri hanno avuto il coraggio di avvalersene come visto prima e spero che altri ancora, tra cui noi, trovino il coraggio di fare altrettanto.
Ma non pagare il debito non basta, bisogna anche mettere fine al meccanismo che lo genera. Gli stati, almeno gran parte di quelli occidentali, tra cui l’Italia, ma tutta la zona Euro, il Giappone, il regno Unito, gli stessi Stati Uniti, non hanno sovranità monetaria, pur garantendo la validità della moneta. Il controllo della politica monetaria è in mano a Banche Centrali private e quando tali stati abbisognano di denaro devono farselo prestare dai mercati, sottostando ai diktat dei mercati, alle loro leggi, ai loro nervosismi e tutto il resto, e inoltre devono anche restituire il prestito con tanto di interessi. Siamo in mano a un’elite privata che ci controlla con un cappio al collo, che con una banale decisione di una agenzia di rating ovviamente privata può decretare il fallimento di una o più nazioni.
Il caso della BCE poi va anche oltre, un vero e proprio esperimento di finanza del futuro. Se infatti la Banca d’Inghilterra, la Bank of Japan e la FED americana, sono istituzioni private di cui è sancita con sacralità l’indipendenza dal governo, cosa di per se folle, ma presentata come slancio di civiltà e di progresso, almeno la loro politica monetaria si basa sulle esigenze di un solo paese. Nel caso della BCE la follia va davvero molto oltre. La BCE si trova a gestire la politica monetaria di ben 17 paesi, con economie e sistemi fiscali differenti, ma molto differenti a volte diametralmente opposti. Paesi come la Francia, l’Olanda e soprattutto la Germania, vera dominatrice europea, necessitano di una moneta forte e stabile per le loro economie, mentre i paesi detti PIIGS necessiterebbero di monete deboli e svalutate, come è sempre stato. Datosi che l’Euro è una moneta forte e stabile, appare chiaro a chi convenga e chi ci guadagni e chi invece ci rimetta. Ma non solo, oltre alla follia che gli stati non possono emettere moneta ma debbano farsela prestare, c’è anche il fatto che pur avendo tutti la stessa moneta, i paesi dell’area Euro, si debbano rivolgere ai mercati, per avere prestiti, in ordine sparso, ognuno con la sua forza contrattuale invece che tutti insieme. Va da se che la piccola Grecia avrà difficoltà maggiori della "Crante Cermania", per ottenere prestiti, infatti i tedeschi pagano un 2,5% di interessi sui loro prestiti, la Grecia oltre il 30%, che tra l’altro è chiaramente usura secondo le leggi nazionali, leggi di cui i mercati se ne sbattono i coglioni, loro sono dio, ci mancherebbe, anzi l'amministratore delegato della Goldman Sachs, Lloyd Blankfein, l'ha proprio dichiarato "Noi banchieri facciamo il mestiere di dio, ecco perchè ci meritiamo i nostri stipendi" già, anche quando le loro banche falliscono i loro stipendi non ne risentono, d'altronde fanno il mestiere di dio, che volete?
Quindi abbiamo tutti la stessa moneta, ma ciascun paese ha un suo regime fiscale per esempio e inoltre non c’è un meccanismo comune di finanziamento sul mercato. Almeno ci si potesse rivolgere ai mercati tutti insieme, in quanto area Euro e ottenere i prestiti per tutta l’area a un interesse unico, la situazione dei paesi deboli migliorerebbe sensibilmente, compresa la nostra. Ma questo ovviamente andrebbe contro gli interessi della "Crante Cermania". Infatti se venissero istituiti gli Euro Bonds, ovvero i titoli di stato comuni per tutta l’area Euro, pare incredibile ma anche Tremorti dice cose sensate a volte, noi paesi PIIGS vedremmo scendere gli interessi sul nostro debito, ma i tedeschi e i francesi, gli olandesi e altri li vedrebbero salire, e quindi dicono di no, ognuno si approvvigioni sul mercato con le sue possibilità, ma non eravamo l’Europa Unita? Tutto questo discorso solo per rimarcare un altro aspetto tra i tanti che caratterizza questi anni strani, la “conquista” da parte soprattutto della "Cermania" del resto d’Europa, e senza nemmeno un colpo di cannone, davvero geniale. I principali creditori della Grecia sono banche tedesche, e le imprese tedesche, in prima fila la Siemens, stanno facendo spesa da alcuni anni al supermercato greco, approfittando della svendita. Discorso simile vale per la Francia nei confronti dell’Italia. A chi voleva vendere l’Alitalia Prodi? A chi andrà a finire l’Alitalia, dopo il 2013? Dopo che Berlusconi ha favorito i suoi amichetti per un po? Di che paese sono le multinazionali che sono entrate nella gestione dei beni pubblici quali acqua, gas e altro in Italia, tipo Veolia o Gaz de France? Aziende che se vogliono si comprano tutta l’ACEA compreso Caltagirone con tutta la sua famiglia. E Carrefour, Auchan, Leroy Merlin? Che si sono prese una bella fetta di mercato in Italia, da dove provengono? Chi avrebbe dovuto costruire le paventate centrali nucleari in Italia? Sempre aziende francesi.
Ma nonostante lo strapotere franco-germanico sull’Europa a discapito dei paesi PIIGS, in realtà per molti versi stiamo sulla stessa barca e lo sanno benissimo, anche se i paesi più stabili riuscissero a liberarsi dei crediti nei confronti dei PIIGS, evitando così di perdere un sacco di soldi in caso di insolvenza, o meglio di farli perdere alle loro banche private, non potrebbero lasciarci affondare, ci rimetterebbero anche loro visto che abbiamo una moneta comune, un mercato comune ecc ecc, e poi non è che le stesse Francia e Germania siano senza problemi e le loro situazioni finanziarie non sono affatto floride, semplicemente ancora riescono a tenere le loro difficoltà all’ombra di quelle degli altri, e riescono tuttora a reggere l'urto della crisi in virtù del fatto che invadono i mercati dei paesi PIIGS vendendogli i loro prodotti, ma con quali soldi vengono acquistati? Facile coi soldi prestati dalle loro banche. Per quale motivo credete che i paesi PIIGS sono indebitati con le banche dei paesi forti dell'Europa? Perchè le suddette banche prestano soldi ai paesi PIIGS in maniera scriteriata, salvo poi lamentarsi delle loro situazioni debitorie. Verrebbe da domandare soprattutto ai tedeschi e ai francesi che tanto mostrano la loro spocchia "Ma scusate, visto che i paesi PIIGS sono notoriamente scialacquoni, mafiosi, corrotti e lassisti, perchè gli avete prestato tanti soldi? Siete matti? Siete masochisti? O forse vi tornava utile per favorire le vostre esportazioni e quindi la crescita delle vostre economie?" In realtà lo scopo di chi presta tanto denaro senza criterio non è quelo di rientrare del denaro prestato, che tanto è virtuale e a loro non è costato nulla, ma è quello di costringere i debitori a svendere i loro beni per ripagare i debiti.
E poi c’è tutto il discorso intricatissimo delle relazioni economico-commerciali tra Stati Uniti e Cina, col gigante asiatico leader mondiale di produzione e esportazione, ma in grossa crisi di approvvigionamento energetico, non avendo petrolio, ma detentore della maggior parte della produzione di minerali rari indispensabili nella produzione di high tech. E ancora la Cina possiede una enorme parte del gigantesco debito pubblico americano, quindi da una parte tiene gli USA per le palle ma dall’altra non può stringerle perché una svalutazione del dollaro significherebbe la svalutazione dei loro crediti, che hanno pagato in dollari. Poi sempre in tema di Cina, sull’onda della crescita economica che ha avuto in questo decennio si è venuta a creare una speculazione di proporzioni gigantesche, e i recenti segnali di rallentamento della loro galoppante economia potrebbe farli esplodere, in primis la gigantesca bolla edilizia, con decine di milioni di immobili invenduti e vuoti che si ritrovano. Se ricordiamo che questa crisi è esplosa negli USA proprio a seguito della bolla immobiliare c’è poco da stare allegri, una crisi immobiliare in Cina, porterebbe al tracollo dell’unica economia ancora in crescita sul pianeta, aprendo scenari veramente difficili da immaginare. E molto altro ancora.
E poi c’è tutto il discorso intricatissimo delle relazioni economico-commerciali tra Stati Uniti e Cina, col gigante asiatico leader mondiale di produzione e esportazione, ma in grossa crisi di approvvigionamento energetico, non avendo petrolio, ma detentore della maggior parte della produzione di minerali rari indispensabili nella produzione di high tech. E ancora la Cina possiede una enorme parte del gigantesco debito pubblico americano, quindi da una parte tiene gli USA per le palle ma dall’altra non può stringerle perché una svalutazione del dollaro significherebbe la svalutazione dei loro crediti, che hanno pagato in dollari. Poi sempre in tema di Cina, sull’onda della crescita economica che ha avuto in questo decennio si è venuta a creare una speculazione di proporzioni gigantesche, e i recenti segnali di rallentamento della loro galoppante economia potrebbe farli esplodere, in primis la gigantesca bolla edilizia, con decine di milioni di immobili invenduti e vuoti che si ritrovano. Se ricordiamo che questa crisi è esplosa negli USA proprio a seguito della bolla immobiliare c’è poco da stare allegri, una crisi immobiliare in Cina, porterebbe al tracollo dell’unica economia ancora in crescita sul pianeta, aprendo scenari veramente difficili da immaginare. E molto altro ancora.
Insomma in questi anni di ridefinizione degli equilibri mondiali grande è la confusione sotto il cielo, ma la storia non è stata ancora scritta e credo che nessuno degli attori, nemmeno i più potenti siano abbiano il copione sottomano. L’unica certezza è che c’è una crisi, e l’unica soluzione a questo tipo di crisi è la crescita economica, che non si potrà realizzare, nonostante tutti i vaneggiamenti a riguardo. Il termine crisi deriva dal greco “krisis” che significa cambiamento, quindi oltre alle difficoltà che una crisi genera, ci sono anche le opportunità dovute alla ridefinizione dello status quo e agli spazi di manovra che si vengono a creare in virtù della perdita di controllo di chi sta nella stanza dei bottoni. Insomma “Stasera si recita a soggetto”, scriveva Pirandello, e la nostra parte possiamo scrivercela da soli.
5 commenti:
Questo e' molto di piu' di un semplice "post"... Si avvicina molto di piu' a un Secolo Breve... Complimenti marcellone! Hai scritto un'opera completa, fluida, scorrevole e credo, cosa piu' importante acessibile a tutti. Spero che tu riesca a divulgarla il piu' possibile sul web! Magari in un paio di puntate su ilgrandebluff.info (del quale sono oramai sostenitore attivo! Vai mitico beato trader!) e compagnia cantando. Potrebbe anche essere un'ottimo documentario tipo debtocracy.... O forse te meriti anche una puntata di report... Ma non te monta la testa! ; ) ahahahah!
Ancora complimenti!
Un abbraccio al compagno Gaporion!
PS: mortaccitua! M'hai fatto fa le 5 de matina!
Ehi ma questo testo di Dürrenmatt da cui prendi il titolo del blog è in assoluto uno dei più bei testi di teatro e della letteratura di sempre! Uno dei miei preferiti... Mi fa quasi commuovere vedere che il mio inutile blog è segnalato da un altro amatore di Dürrenmatt.
come promesso l'ho iniziato a leggere ora. comunque uno che mi cita la celebre frase di toro seduto merita assoluto rispetto.
mirco
ti suggerisco Ivan Illich se non l'hai ancora letto ;) in particolare "la convivialita' "..
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